Chi sono

Utente: vieenblues
Nome: Diana
Sono carina a corrente ed umori alternati. Mi trucco raramente; quando lo faccio, mi tocca correre ai ripari allo specchio dei cessi pubblici, rimediando sbafi di rossetto e mascara strofinati per sbaglio. La vitalità è tradita dalla capigliatura folta e dalla borsa piena di cose inutili. Lo sguardo sfugge il futuro e l’incontro: sembro stronza, ma sono solo timida. L’attesa mi consuma unghie rosicchiate all’osso e il sorriso involontario. La mia paura cammina su tacchi bassi perché non mi piace stare in bilico, ma inciampo spesso in ostacoli dimenticati . Ho le dita perennemente macchiate d'inchiostro

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mercoledì, 30 gennaio 2008

Avrebbe potuto innamorarsi di lei

Erano tutte schierate in fila , in malinconica parata. Lui le passava in rassegna tutte le mattine, andando al lavoro in moto.
Da lontano sembravano tutte uguali, gambe lunghe e culi sodi senza nome, esposti in stracci esigui e colorati, in qualunque stagione, con la sola fragile difesa di improvvisati fuochi o ripari indecenti fra le sterpaglie che costeggiavano la statale.
Una volta era capitato da quelle parti di domenica, ed erano tutte là ugualmente, con la loro carne chiarissima o scurissima in vendita al miglior offerente.
C’era anche lei, che ogni mattina gli soffiava un bacio fra le dita, come un augurio di buona fortuna: “Ciao, amore.”
Lui rispondeva “Ciao, occhi belli” , e il saluto che le rinviava , toccandosi il berretto e rallentando in suo onore, gli sembrava davvero un misero omaggio alla sua grazia.
Però non aveva cuore di chiamarla “amore”, ché lui un amore l’aveva già da anni, e anche lei aveva occhi belli, ma non tristi.
Con la Carlina erano cresciuti insieme imparando l’amore vero, quello che prima infiamma il petto ed i pensieri, e rammollisce le gambe, e poi finisce col tatuarsi indelebilmente sul cuore, come una dolce ed incancellabile abitudine.
Carlina era ancora la sua ragazza dagli occhi ridenti; passeggiava con lei tenendola per mano e la notte lei lo teneva stretto, incurante del suo russare. Ma Carlina non riusciva più ad aprirgli l’ingresso ai suoi più intimi recessi, inariditi da una malattia crudele che nessuna crema e nessun bacio riusciva più a lenire. Un tumore all’ovaio le aveva bruciato per sempre il sesso e la voglia di accogliere il suo uomo dentro di sé  come un tempo.
A lui un po’ mancava, la Carlina appassionata ch’era stata,  e quel rimpianto finì col mettergli sulle labbra domande inopportune che poi avrebbe voluto rimangiarsi.
“Amore, ma se andassi con una delle donnine di strada tu te la prenderesti? Non sarebbe mica tradirti, vero?” Lo disse e si pentì immediatamente, perché aveva pensato a Occhibelli, e ai suoi baci inviati in punta di dita.
Carlina invece rise e gli rispose : “Ricordati di non fare del male a nessuno, soprattutto a te stesso.”
Così lui si era tenuto quel pensiero blasfemo e malandrino come un peccato non consumato, che cullava ogni mattina nel suo lustrarsi gli occhi alla vista delle belle femmine sul ciglio della strada. Guardare non era vietato, e salutare era cortesia.
Un giorno Occhibelli gli agitò davanti le braccia, sporgendosi di più sulla strada. “Amore , amore, fermati, ti prego.”
Lui obbedì, docile. “ Hai bisogno di aiuto?”.
“Mi dai un passaggio in stazione? Per favore.” Non ebbe il tempo di farle un segno di assenso e lei “aspetta”, disse, e sparì dietro un capanno di legno per pochi minuti. Ne uscì completamente struccata e ripulita, ed era solo una ragazza molto giovane, molto carina e persino fine. I grandi occhi malinconici risaltavano ancora di più , nel  viso spruzzato di efelidi. Era di una bellezza fresca e commovente, appena celata da un’insospettabile pudicizia che le faceva tenere le spalle curve e le gambe velate da collant scuri e un po’ spessi. Sembrava quasi un’educanda. Tentò di sedersi sulla moto per traverso, con le gambe raccolte di lato, per mantenere una postura composta e dabbene. Lui la rimbrottò, scorbutico oltre il dovuto. “No, Occhibelli. Devi sederti a cavalcioni , perché così ci sbilanciamo. “ Lottò un po’ per convincerla; lei sembrava non rassegnarsi alla gonna che le risaliva sulle cosce, indecente.
Poi lui l’accompagnò in stazione, come richiesto, e si emozionò un po’ al contatto delle braccia di lei che gli cingevano i fianchi. Quelle braccia allacciate alla vita gli ricordavano altri giovanili ardori.
Quando arrivarono lei gli diede un lieve bacio sulla guancia . Come un saluto a un parente, si disse lui, guardandola sparire fra la folla che animava la stazione. Avrebbe potuto innamorarsi di lei: il pensiero lo colpì come una rivelazione fulminea ed inattesa.
L’indomani, nel tornare al lavoro, cambiò strada. “La statale è troppo trafficata , a quest’ora.”

postato da: vieenblues alle ore 12:23 | link | commenti (1)
categorie: racconti, donne du du du
lunedì, 28 gennaio 2008

La "mia" memoria

Che mia nonna fosse ebrea rimase un segreto per molti anni. Lei se lo portò nella tomba, in un estremo istinto di protezione della progenie.
Di madre in figlia l’ebraismo è stato tramandato come una colpa da nascondere, dimostrata da un’inquietante serie di indizi, collezionati in un’investigazione retrospettiva piuttosto pericolosa e inopportuna.
Alcuni erano dati biografici oggettivi, appena camuffati da goffi tentativi di manipolazione estemporanea.
Sui documenti, resi illeggibili da cancellazioni e correzioni degne di un odierno clandestino albanese, c’era scritto che era nata a Varsavia (nel ghetto?) e che si chiamava Tobias.
Quel cognome scomodo sulle carte venne storpiato in Tubiaz, e Varsavia diventò Kiev, dove mia nonna volentieri ammetteva di aver vissuto per molti anni della sua misteriosa infanzia.
Dei suoi parenti poco raccontava : sapevo che era di famiglia ricca e colta (il padre medico, lo zio professore universitario di matematica) e che era stata allevata da una governante bilingue alsaziana che le aveva insegnato francese e tedesco. Questa cosa della governante mi ha sempre fatto molto ridere, pensando alla mia scolarità selvaggia in una bella scuola pubblica italiana, ma è un fatto che mia nonna qualche tratto altoborghese lo conservò fino alla morte- tanto da valerle il soprannome di “zarina” per una certa abitudine a farsi servire- così come una assoluta attitudine poliglotta, che comprendeva anche un perfetto italiano, parlato senza alcuna inflessione straniera.
Della bella altolocata famiglia  altro non si poteva chiedere, perché la sua semplice evocazione scatenava nella mia ava, peraltro abitualmente poco incline alla commozione, lacrime irrefrenabili e reticenze subitanee e inspiegabili. Mi fu detto che era finita tutta in qualche campo di sterminio chissà dove: mia nonna  liquidava la faccenda con una spiegazione frettolosa su un’epurazione bolscevica di una famiglia troppo agiata e privilegiata, ed altro non era dato sapere.
Di certo non fu per improvvisa crisi mistica che mia madre, in piena era fascista, venne frettolosamente battezzata alla veneranda età di dieci anni, tanto per non dar nell’occhio…
Di quella conversione cattolica “forzata” mi è rimasta un’eredità di scetticismo che conservo gelosamente, insieme ai dubbi sulle mie radici etniche e caratteriali.
Ci sono altri elementi ad alimentare una memoria sotterranea di “shoah” perpetrata con tatuaggi indelebili, non sul braccio, ma sul DNA e sui comportamenti.
Ho capelli crespi, zigomi orientali e perfino un naso che mio nonno definiva affettuosamente “pisciaimbocca”.
Ho il ricordo indelebile di mia nonna che si tappa le orecchie urlando appena sente diffondere la musica di Wagner, o di mia madre che piange a calde lacrime su una musica struggente che accompagna la deportazione dei Finzi-Contini, nell’ultima scena del film.
Ma soprattutto ho ereditato- e di questo non vado affatto fiera, ma anzi per questo covo un rammarico inestinguibile- un certo egocentrismo cinico, un feroce istinto di sopravvivenza che mi rende spesso insensibile e sorda alle istanze di sofferenza altrui.
Mi dico spesso  che deve essere questa stessa spietatezza che fa perdere a molti israeliani la memoria delle ataviche tribolazioni patite, quando   infliggono analoghi tormenti ai palestinesi – tanto simili a loro, per tratti somatici, abitudini alimentari e bisogno di terra promessa…

postato da: vieenblues alle ore 10:00 | link | commenti (3)
categorie: a ruota libera
giovedì, 24 gennaio 2008

Alice tornava da scuola

Alice tornava da scuola saltellando, con l’allegra baldanza dei suoi nove anni. Aveva preso “bravissima” nel dettato. L’ultima pagina del suo quaderno era indenne dalle correzioni della maestra. Nemmeno un segno blu: la mamma sarebbe stata contenta.
Alice avanzava a grandi balzi, assorta nel suo gioco preferito. Saltava a tre a tre i quadrotti del lastrico del marciapiede, canterellando formule magiche e propiziatorie.
Se tre righe salterai,
ciò che vuoi tu avrai.
Era riuscita a saltare bene. Le sarebbe piaciuto mangiare la pasta al forno, a pranzo. Alice andava matta per la pasta al forno.
Uno due tre,
il mio amore pensa a me.
Persichetti pensava a lei. Persichetti Roberto: primo banco a sinistra, vicino alla lavagna. Oggi le aveva tirato la coda di cavallo, ma poi, per farsi perdonare, le aveva offerto un po’ della sua merendina.
Un’alfetta rossa rallentò, affiancando la bambina sul marciapiede.
“Ehi tu. Ehi, bambina dico a te. “ Alice si voltò verso il richiamo per rispondere. Quando un grande ti chiede qualcosa, devi sempre rispondere, Alice. Alice non voleva esser maleducata .
Vide l’auto lunga, dalla carrozzeria lucente. Dentro c’era un signore biondo molto distinto, vestito con un completo azzurro. Sul sedile accanto a lui c’era una cartella simile a quella di Alice, ma nera e senza tracolla.
“Scusa, mi sai dire dov’è via Mascagni? Se mi ci accompagni ti do un passaggio fino a casa in macchina.” Il signore si toccò in mezzo alle gambe, mentre parlava con Alice. Via Mascagni. Era vicina, forse al prossimo isolato. Alice era confusa. Non sapeva cosa rispondere a quel signore tanto gentile.
“Mi hai sentito nani? “ L’aveva chiamata “nani”, quel signore. Come la zia Cristina. Anche il panettiere la chiamava sempre “nani”. “Vuoi le solite michette, nani? “ e le porgeva il sacco con le michette fragranti, appena uscite dal forno.
Il signore dell’alfetta doveva avere un gran prurito. Si stava grattando ancora i pantaloni in mezzo alle gambe, mentre le parlava. “ Allora, nani, dov’è via Mascagni? Dai, sali in macchina.” Le aprì lo sportello dell’auto, spostò la cartella nera sul sedile posteriore, facendole segno di accomodarsi accanto a lui.
Alice era al culmine dell’imbarazzo. Non riusciva proprio a ricordarsi dove fosse la via Mascagni.
Arrossì e mormorò con un filo di voce “Mi dispiace, ma non mi ricordo proprio dov’è quella via. E poi sono arrivata a casa .” Si avvicinò al citofono del palazzone dove abitava e premette un pulsante. L’auto rossa ripartì in un rombo rabbioso.
 
Un profumo di pasta al forno le assalì le narici, entrando in casa.
“Mamma.”
“Che c’è cara? “ aveva colto la nota ansiosa nella sua voce, con sfumatura di senso di colpa.
“Oggi tornando da scuola mi è successa una cosa brutta.”
“Cosa? “
“Un signore mi ha chiesto la strada per via Mascagni, ma non sono stata proprio capace di indicargliela.”

postato da: vieenblues alle ore 12:38 | link | commenti (3)
categorie: racconti, bambini
martedì, 22 gennaio 2008

Rosso scarlatto

Luisa era impegnata in un’operazione per lei inusuale. Si stava laccando le unghie delle mani con estrema attenzione, usando una concentrazione apparentemente sproporzionata allo scopo. Aveva scelto uno smalto scarlatto, aggressivo. Contemplò con soddisfazione le proprie unghie affilate, il segno riconoscibile della sua voglia di graffiare il futuro.
Aveva passato un mese di vacanza da sola, al mare, a riflettere sulla sua vita, ed aveva trovato la tranquillità e la determinazione per darle la svolta necessaria. Si era fatta cullare dal rumore ipnotico delle onde e aveva asciugato il pianto al calore del sole. Aveva ripulito la mente dai pensieri negativi, allontanando da sé ogni motivo di ansia. E ci era riuscita perfettamente: la prova erano le sue unghie, incredibilmente lunghe . Era riuscita, senza alcuno sforzo, a non mangiarsele per un mese intero. In quei trenta giorni lontano da suo marito era riuscita finalmente a riconoscere quale fosse la principale origine della sua triste passività. Quell’uomo che le stava accanto come un’ombra sinistra ed opprimente non l’amava, e la rendeva profondamente infelice.
L’aveva sposata per i soldi, anche se lei era bella e splendente, quando l’aveva conosciuto.
Poi l’aveva uccisa lentamente con la sua indifferenza, negandole prima l’amore, infine anche un sesso palliativo e rassicurante.
Oh, ma l’avrebbe fatta finita con quella mortale apatia. Si meritava passione, rossa passione.
Decise che l’avrebbe lasciato e dipinse un’ombra scarlatta, perfetta, sulle sue unghie e sulla sua vita nuova.
 
 
Il Commissario Perfetti osservò con dissimulata indiscrezione il suo principale sospetto.
Recitava la tranquilla fermezza dell’innocente, ma rapide occhiate oblique tradivano la sua ansia.
Portava, in pieno agosto, una camicia a maniche lunghe abbottonata fino al collo, stretto da una cravatta Regimental. A stento aveva acconsentito a togliersi la giacca e ad appoggiarla sulla spalliera della poltroncina. “Fa caldo, qui. Il Ministero non vi concede ancora uffici con l’aria condizionata, a quanto vedo” sorrise compiacente, mentre il sudore gli disegnava aloni scuri sotto le ascelle.
Il Commissario squadrò il suo inquisito senza alcuna condiscendenza. Non lo ingannava quella forbita formalità. Avrebbe giurato che quelle maniche lunghe e quella cravatta non erano segni di un’eleganza ad oltranza , ma i paludamenti di un uomo colpevole.
Abbassò lo sguardo sulle mani dell’indagato: erano coperte da graffi lunghi e recenti.
L’uomo parve leggergli nel pensiero. “La mia gatta mi ha conciato così. E’ capricciosa come un bambino. Se non le do il suo cibo preferito, tira fuori gli artigli.“
Perfetti pensò ad altri artigli , e alla belva che si nascondeva probabilmente sotto l’aspetto perbene e tranquillo di un “innocuo” essere umano. Congedò frettolosamente il suo indagato. Voleva interrogarlo più a lungo e più a fondo, ma con maggiore cognizione di causa, per fargli male. Voleva mettere quella belva in gabbia, dove non avrebbe più potuto nuocere ad altri se non a se stesso.
Il Commissario ripensò ai risultati preliminari del rapporto della Scientifica e dell’autopsia compiuta sulla vittima, Luisa Solari.
La donna era morta per shock emorragico conseguente a numerose ferite da taglio, inferte al torace e all’addome.
La posizione del cadavere e la mancanza di segni d’effrazione in casa sua, dove era stato ritrovato il corpo, lasciavano presumere che la vittima conoscesse benissimo il suo carnefice, ma che non fosse stata colta completamente di sorpresa dalle sue intenzioni aggressive.
La Solari doveva aver lottato a lungo col suo assassino, prima di soccombere alla sua furia.
Improvvisamente Perfetti fu colto da un pensiero di revisione retrospettiva, un tipico pensiero da poliziotto. Nella mente gli si sovrapposero due immagini , con due particolari dissonanti come note di un pezzo di di Schönberg. Rivide se stesso nell’atto di sollevare le mani della vittima, mentre si rivolgeva al collega della Scientifica : “Mi raccomando i prelievi sotto le unghie Abbiamo un bisogno disperato di una traccia organica che ci porti a inchiodare quello stronzo che l’ha ridotta così."
Mise a fuoco l’immagine nella memoria, zoomando sulle unghie, e ricordò di aver notato che erano insolitamente corte, per essere di una donna, e senza smalto. Ma erano curate, e tagliate con margini arrotondati e regolari.
Perfetti afferrò le fotografie della Solari che teneva nel fascicolo. Si era fatto dare dai famigliari, come sua consuetudine, svariate istantanee recenti della defunta.
Era una bella donna, quella che sorrideva fiduciosa all’obiettivo , con solo un’ombra di malinconica
rassegnazione nello sguardo . Le foto la ritraevano sempre in compagnia di qualcuno, come se la Solari, in vita, avesse schivato quella solitaria posa in primo piano che la morte violenta le aveva regalato. Perfetti passò in rassegna le istantanee, cercando di inquadrare il particolare da riesaminare. Le mani non erano mai in primo piano , ma ben visibili su ciascuna delle foto, ora appoggiate alla spalla di un’amica, ora a reggere la testa in atteggiamento pensoso. E su tutte le foto Perfetti riconobbe un dettaglio di stentorea importanza: la vittima si mangiava le unghie. Si notava facilmente, perché la Solari appariva come una donna indubbiamente elegante e quelle unghie adolescenziali, rosicchiate all’osso, erano un particolare davvero stonato in quelle immagini.
 
 
 
“Gliel’hai detto, amore?”
“Non ancora, Franci, non ancora.”
Quando lo dirai a tua moglie? “
“Presto, tesoro. Prestissimo. Devi avere solo un po’ di pazienza. Domani tornerà dalle vacanze e glielo dirò, te lo prometto. Sarà rilassata da un mese di mare: è il momento migliore. Fra l’altro, sono convinto che anche lei non aspetti altro. Negli ultimi tempi siamo stati due separati in casa, due perfetti estranei che si salutavano a stento, incrociandosi casualmente sotto lo stesso tetto.”
Cazzo, che donna stupida . Stupida e ignorante. Ma non li leggeva i giornali? Non li guardava i tg? Da due giorni non parlavano d’altro. Era il delitto dell’estate, il giallo al quale i turisti si appassionavano sotto l’ombrellone, alternando le discussioni sui sudoku alle ipotesi sull’assassino dell’unica figlia del magnate dei mobilifici brianzoli. E lui era il sospettato numero uno! Ma Francesca era così: incosciente e svagata, fuori dal mondo e fuori dal tempo. Fino ad ora non gli era importato nulla della sua pochezza intellettuale, perché era un’ottima amante, appassionata e fantasiosa. Ora, poi, quel suo qualunquistico disinteresse per gli eventi nel mondo, tornava insperatamente a suo vantaggio. Francesca era forse l’unica donna in Italia che non conosceva il suo vero nome, nonostante conoscesse perfettamente colore e dimensioni del suo uccello…
In Tv continuavano a mandare foto di sua moglie accostate alle sue. Se solo Francesca fosse stata più curiosa, meno preoccupata del loro microcosmo fatto di serate passate in due - fra il letto e il tavolo da pranzo - avrebbe avuto una sconvolgente risposta alle sue ossessioni. Era gelosa. Mortalmente gelosa. Di ogni donna , compresa quella moglie negletta che credeva un ostacolo alla loro convivenza. Si era messa in testa di fargliela mollare, di farsi sposare. Era proprio stupida, stupida! Oh, ma l’avrebbe piantata, appena possibile, altro che convivenza! Solo che adesso non era proprio il momento. Aveva un piccolo problemino da risolvere, una quisquilia.
 
 
Chissà perché si era fatto prendere dalla rabbia, lui che era sempre stato un campione di freddezza , di calcolo.
Doveva essere stata la visione di tutto quel rosso, a farlo infiammare come un toro inferocito.
Lei si stava dipingendo le unghie con uno smalto acceso. L’aveva guardata incredulo, per una volta stupito da quell’acqua cheta di sua moglie. La visione di Luisa, la tranquilla e dimessa Luisa, che si accendeva artigli rosso fuoco, l’aveva davvero spiazzato. Che cazzo le era successo? Doveva aver conosciuto qualche ometto in vacanza, qualcuno che l’aveva ringalluzzita. Non c’era altra spiegazione.
Il sospetto divenne una certezza quando la sentì parlare, con voce insolitamente ferma e decisa.
“In vacanza ho avuto modo di pensare molto, Fabio. Ho intenzione di lasciarti. Preparati in fretta a far fagotto. Desidero che tu sparisca al più presto dalla mia vista e dalla mia vita. “
Le rise in faccia. “ Hai trovato un altro con abbastanza pelo sullo stomaco per scoparti? Congratulazioni! Hai già avvisato il tuo avvocato? Non ho problemi a lasciare il campo, ma non dubitare che il divorzio ti costerà caro, molto caro. Sono il tuo povero maritino abbandonato e inconsolabile, e ho diritto a mantenere il mio attuale tenore di vita, mia cara. E tu sai che è altino, il mio tenore di vita. Non te la caverai con quattro soldi.”
“ Mi hai rubato sette anni di vita e vuoi ancora rubarmi dei soldi? Sei proprio senza vergogna! Ma sappi che non ho alcuna intenzione di chiedere il divorzio. Chiederò- semplicemente- l’annullamento di matrimonio alla Sacra Rota. Non avrò alcun problema a farmelo concedere, e tu lo sai. Ho mille motivi. Dalla mancata consumazione al fatto che mi hai nascosto che eri sterile, per esempio. E poi piuttosto che darti ancora dei soldi preferisco darli tutti alla Chiesa perché cancellino il tuo merdoso nome dai miei documenti. Sei inadempiente su tutta la linea, Fabio, e io ti licenzio”.
Non ci aveva davvero visto più. Gli era montata una rabbia insormontabile, cieca, rossa. Quella puttana lo voleva ricacciare senza tanti complimenti nei bassifondi da cui era venuto. Senza nemmeno un regalo d’addio, l’ingrata. Con la tipica arroganza dei ricchi.
Aveva infierito su di lei col coltello che usava per fare a pezzi la carne da mettere nel congelatore, e ricordava di averlo fatto senza nessuna remora, con un certo piacere, anzi. Lei si era difesa con inaspettata energia, l’aveva graffiato con quelle stupide unghie adunche che le guarnivano insolitamente i polpastrelli, lasciandogli i segni della lotta sulle mani , sulle braccia, sul collo.
Poi si era accasciata in una pozza scarlatta, dove il rosso della boccetta di smalto si era mischiato al rosso del suo sangue. Solo dopo- quanto tempo dopo? non avrebbe saputo dirlo- Fabio aveva ritrovato la sua proverbiale razionalità, la freddezza che l’aveva sempre fatto galleggiare sopra la mediocrità cui il destino sembrava averlo condannato.
“Stai calmo- si era detto- stai calmo. Si può ancora aggiustare tutto. Basta che tu non sia tornato a casa, basta che tu non l’abbia ancora trovata. Non sapevi che lei dovesse tornare oggi ed eri ancora in viaggio, per lavoro. Ti imboschi un po’ da Francesca, finché non trovano il corpo. Tanto Francesca è tutta contenta di averti per casa, non aspetta altro quella fessacchiotta. E tu ripulisci tutto per bene, a cominciare da quelle cazzo di unghiacce, e gliele tagli corte corte, che alla polizia non gli venga in mente di cercare lì sotto le tracce della tua pelle e della tua colpevolezza. Sì, Fabio con un po’ di freddezza ce la puoi ancora fare…”
 
 
 
“Amore?”
“Che c’è Franci?”
“Non ti senti bene? Non vuoi più fare l’amore con me?Tu hai un’altra, lo so.”
“ Smettila, Franci. Tu e la tua stupida gelosia.”
“Tu hai un’altra” era ostinata, quando ci si metteva.
“ E da cosa lo deduci, ch’io abbia un’altra? Se anche volessi- e non è il mio caso- non ne avrei il tempo. Sono sempre qui con te.”
“ Sempre un cavolo. Sei andato a lavorare, oggi.”
“ Eh già, scusa se devo lavorare. E ho avuto pure una giornata molto difficile, oggi. Sono esausto. “ la seconda parte dell’affermazione era vera, verissima. Era stata una giornata difficile, con quell’interminabile interrogatorio in commissariato. Era stato lì lì per crollare. Era davvero stanco. Ed ora quella scema lo tormentava perché voleva scopare. Era una gatta in calore. Già, era per quello che l’aveva scelta, perché voleva sempre far sesso. Ma oggi no, cazzo, oggi no.
“Se non mi vuoi scopare è perché ti sei scopato qualcuno in ufficio. Ecco perché sei stanco . “ Francesca non poteva essere più lontana dalla verità, ma la sua insistenza poteva essere pericolosa. Non voleva che lo vedesse nudo, non ancora. Aveva le braccia e il collo pieni delle unghiate di Luisa. Non era proprio il caso che Francesca vedesse quei segni.
Doveva almeno portarla in penombra. Al buio, magari, non se ne sarebbe accorta. Ma quanto a farselo rizzare, pareva proprio un’impresa disperata….
“Francesca, ti prego. Amore mio, mi fai fare un sonnellino, che poi magari mi riprendo? “fece leva sul suo scarso spirito di crocerossina e sulla sua più cospicua speranza di riprovarci più tardi.
Francesca non era una cui piaceva la parola “poi”. Francesca era una che voleva tutto e subito, sfortunatamente. “ Tesoro, non ti preoccupare, faccio tutto io. Ti rianimo, io, amore. Ti spoglio io…”
 “ No, no!” il rifiuto gli scappò così di slancio, che Francesca si insospettì ancora di più.
Con decisione, gli sbottonò la camicia e gliela sfilò, in preda ad un presentimento ansioso. Ciò che vide la fece davvero inorridire. Un’altra donna gli aveva tatuato sul collo e sulle braccia delle piccole semilune rosse d’amore.
“ Lo vedi? Tu hai un’altra, bastardo!” lo colpì con piccoli pugni rabbiosi.
“Ora basta. Telefono a tua moglie e glielo dico, che hai un’altra, brutto stronzo traditore!”
 
 
 
Il Commissario Perfetti alzò il ricevitore svogliatamente e rispose ancor più svogliatamente, quando sentì la voce dell’ Ispettor Veronesi all’altro capo del filo. Sperava in una comunicazione della Scientifica, ed era deluso. Che novità poteva aver scoperto Veronesi sul caso Solari? Avevano torchiato parenti, amici e testimoni per ore ed ore, controllato e ricontrollato alibi e luogo del delitto. Il marito della Solari si stava rivelando un osso più duro del previsto, benché rimanesse l’indiziato numero uno. Solo la Scientifica poteva aiutarli, ormai, mica Veronesi. Ci voleva un cazzo di DNA, per venirne a capo. “Commissario? Sono Veronesi, ho grandi novità”
“Mi dica Veronesi” Perfetti cercò di essere gentile.
“ Abbiamo trovato la testimone che ci mancava per la risoluzione del caso, Commissario. La testimone perfetta. Abbiamo trovato l’amante del marito della Solari, e ci ha raccontato delle cose molto interessanti…”
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

postato da: vieenblues alle ore 08:15 | link | commenti (2)
categorie: racconti
lunedì, 21 gennaio 2008

Malinconico Vincenzo

Se volete accostarvi a un Nick Hornby in salsa partenopea, accattateve l’ultimo libro di Diego De Silva.
Io l’ho comprato attratta dal titolo, “Non avevo capito niente”. Il titolo è uno dei miei criteri fondamentali di scelta, lo ammetto, e questo promette ciò che mantiene: grazie a un irresistibile tono scanzonato, ironico, a tratti sarcastico, il lettore viene trascinato in un vagabondaggio esistenziale apparentemente senza bussola in identificazione inevitabile col protagonista- io narrante.
Vincenzo – Malinconico di nome e di fatto- attraversa la vita con aria svagata e casuale, ma è minuziosamente attento ai dettagli che la rendono meritevole di coinvolgimento.
Lo troviamo alle prese con problemi di straordinaria usualità:l’agonia di un rapporto matrimoniale con una feroce psicologa che gli ammanisce l’abbandono e l’elaborazione del lutto in simultanea; le contraddizioni e le complicazioni dei rapporti con figli intelligenti e per questo problematici; le fatiche di una disoccupazione latente mascherata di perbenistico decoro (è molto occupato a fingere di lavorare, fino a consultare per ore pratiche che in tribunale vengono liquidate in tre minuti d’udienza). Vincenzo parla coi suoi mobili Ikea chiamandoli per nome,  fa esegesi delle canzonette contestandone la plausibilità dei testi (ecco dove – fra l’altro- mi ha ricordato Hornby), guarda il mondo col suo sguardo disincantato e sdrammatizza, ma si sente che ha un’umanità vibrante e pronta alla compromissione con la realtà. Sa appassionarsi alla promessa di un amore nuovo, pur centellinandone l’attesa (si tiene in tasca il numero di cellulare della collega strafiga senza chiamarla così come si terrebbe un assegno nel portafogli per giorni senza incassarlo). E quando Mimmo o’ Burzone il camorrista lo reclama a gran voce , dopo una difesa d’ufficio, come suo avvocato di fiducia, Vincenzo non resiste alla lusinga del coinvolgimento. Strepita, recalcitra, ma si fa invischiare. E noi, passeggiando per il romanzo con l’andatura dinoccolata di Vincenzo, di divagazione in divagazione, ci facciamo invischiare anche noi….
 
 

postato da: vieenblues alle ore 11:41 | link | commenti (2)
categorie: leggere, a ruota libera
venerdì, 18 gennaio 2008

Prontuario del bravo viaggiatore

“Partire è un po’ morire”. Io penso che sia esattamente il contrario : la vita è un viaggio, il viaggio è vita, e la vita spesso ci trova impreparati ad affrontarla, e pieni di paura. Ricordo che quando ero bambina mia madre, agnostica fervente, ci obbligava ad uno strano rituale scaramantico – religioso, obbligandoci a una seduta di preghiera sulla soglia di casa, prima di ogni partenza per le vacanze. Ricordo bene quell’ orazione ansiosa e concitata : le valigie erano chiuse, sul pianerottolo, e il pensiero già abbandonava la calda sicurezza domestica per fantasticare sugli imprevisti imminenti…. Ecco, il viaggio per me cominciava in quell’attesa, densa di timore e curiosità.
Oggi, da adulta, il mio atteggiamento verso l’avventura di un viaggio è rimasto pressoché immutato. E , per giunta, ho un mio piccolo personale prontuario del “bravo viaggiatore”.
 
La scelta dei compagni di viaggio 
Mi è sempre parsa più importante della scelta della meta. Anche l’esplorazione dell’Eden, in cattiva compagnia, può trasformarsi in una discesa nell’Inferno.
In viaggio ho stretto amicizie indissolubili e sciolto rapporti amorosi che sembravano indistruttibili. Un viaggio richiede condivisione di bioritmi , abitudini alimentari e igieniche , attitudini caratteriali, culturali e sessuali.
Un nottambulo incallito non può viaggiare con chi ama levarsi all’alba; il primo vorrà andare in discoteca quando il secondo sbadiglierà di sonno, mentre il viaggiatore mattiniero patirà la partenza del primo battello per l’isola imprecando contro il compagno che ronfa indisturbato nel suo giaciglio scomposto…
Sul cibo si rischia di litigare accanitamente fino ad arrivare a sbranarsi, anziché il pasto, il proprio infelice compagno di viaggio: crapuloni incorreggibili non possono convivere con vegetariani e vegani, e le diatribe per la ricerca di una pizzeria in Thailandia potranno minare anche i sodalizi più consolidati…
E poi, provate a stare sotto la medesima tenda con uno che ha le Nike invecchiate come Barolo d’annata, e poi sappiatemi dire…
L’igienista e lo zozzone forzatamente accomunati dal viaggio s’accapiglieranno invariabilmente per la scelta del pernottamento (albergo o saccoapelo?), del cibo (couscous mangiato con le mani secondo l’uso locale o tajine rigorosamente consumate in ristorante a quattro stelle, previa accurata ispezione delle cucine?), dei mezzi di trasporto (“niente cammelli, che mi rimane la puzza sui vestiti per i prossimi cent’anni…”)
Confesso che per me i compagni di avventura sono sempre stati l’elemento decisivo per determinare il buon esito di un viaggio, al punto che le vacanze che ricordo più volentieri sono … quelle in cui sono partita da sola.
Svariati anni fa , ricevetti una serie incresciosa di “bidoni” proprio alla vigilia dell’inizio di una sospiratissima vacanza. Con la baldanza dei miei diciott’anni, mi armai di zaino e sacco a pelo e presi –sola- il traghetto per la Corsica. Ricordo come la gente mi scrutasse con sospetto. Fu allora che mi abituai a non temere lo sguardo degli altri su di me mentre mangiavo sola, leggevo sola, prendevo autobus e affittavo stanze da sola. Ero forse pazza? Violentemente antipatica? Frigida ? Disadattata? Non ho mai conosciuto tante persone come in quella vacanza. Tutti mi si avvicinavano con curiosità ed io ero disponibile e aperta oltre la mia indole, essendo obbligata a chiedere informazioni a destra e a manca, a stringere improvvisate alleanze (“mi curi la borsa mentre vado a fare il bagno?”) a chiedere passaggi…Mi spostavo da un campeggio all’altro, ma sprezzante del pericolo stupro, dormivo all’aria aperta, con il cielo stellato a farmi da tetto. Chi cavolo me lo faceva fare di faticare a portarmi sulle spalle il peso di una “canadese” e di montarla, per giunta? Ricordo un gruppo simpaticissimo di ragazze emiliane, incontrate in spiaggia, che “invidiose “ della mia sistemazione di fortuna au plein air, mentre si affannavano a picchiettare sui paletti di un enorme tendone, decisero improvvisamente di mollare l’operazione e di imitarmi, affiancando i loro sacchi a pelo al mio…
In viaggio non mi sono mai sentita sola, perché parte fondamentale di un viaggio sono gli incontri….
 
 
La scelta dei mezzi di trasporto
  
E’ fondamentale, perché segna il ritmo di un viaggio, determina le mete, le soste, le possibilità d’incontro.
Io, per esempio, evito, se posso, l’automobile. Odio guidare. Ma sono anche un pessimo passeggero. Non sono mai stata capace di leggere una cartina. Mi addormento quando non dovrei, attacco briga con l’autista quando è nervoso. No, l’auto se posso non la uso, per viaggiare. E poi, quando si è in auto , si viene presi da un’assurda frenesia di macinare tanti chilometri, di arrivare. L’auto va a una velocità troppo sostenuta per apprezzare i paesaggi attraversati (il treno, invece, consente di guardare dal finestrino e “sentire” le distanze percorse, cullati dal rumore delle ruote sui binari) e troppo ridotta per saltare da una destinazione all’altra senza soffrire la noia dello spostamento.
L’auto è una scatola che circoscrive il tuo mondo e non ti fa comunicare col mondo che vuoi esplorare.
C’è una sola auto che sfugge a questa regola: è la mitica Diane decappottabile del mio amico Giorgio. Quando se ne disfò per comprare un’orribile Mercedes con l’aria condizionata e gli interni di radica, piansi (io) tutte le mie lacrime. Stipati sulla Diane abbiamo cantato a squarciagola, improvvisato spericolati percorsi fuoristrada su costiere rocciose e pendiii sabbiosi, pomiciato allegramente sui sedili posteriori, arieggiato le estremità appoggiando i piedi nudi alla carrozzeria del tetto decappottato….
Ma a parte quella trascurabile eccezione, le auto non si confanno alla mia visione del viaggio ideale. Il mio viaggio ideale è costellato di soste, di imprevisti, di attese: meglio gli autobus, i muli, i motorini a nolo, gli aerei che ti consentono di saltare da un angolo all’altro di Paesi grandi e lontani, da visitare – magari- una sola volta nella vita….
  
 
Conoscere le lingue
 
Il mio sogno è essere poliglotta. Conoscere i luoghi, per me, è conoscere le persone che li abitano. E alle persone ti avvicini meglio se riesci a comunicare nella loro lingua. La mia mimica è deficitaria, lo ammetto. Ma cerco sempre di imparare almeno le formule di cortesia e di avvicinare gli indigeni armata di parole amichevoli, oltre che di sorriso.
Quando viaggiavo con mio marito, lui gesticolava, e io parlavo . Sembravamo due scimmie. A volte Renzo si ribellava al ruolo di scimmia gesticolante, e tentava di parlare. “ Io mi chamo Renzo, e tu? Abdul? “ Sguardo interrogativo di beduino abbordato per la strada. “ Io Renzo, tu? Akbar? “ La scimmia parlante ridotta momentaneamente al silenzio , sogghignava, nell’ombra. “ Mio nome essere Renzo. E tuo nome?” (Oh mamma, parlava come Mamie di “Via col Vento”. Una tragedia cui bisognava porre fine). “Prova con Mohamed” dissi, sarcastica. “Mohamed, Mohamed!” esultò il beduino, sollevato, puntandosi l’indice al petto.
Le parole “indigene” indispensabili non sono necessariamente solo le “buone parole”. In molte lingue so dire “ti amo” (anche se in tedesco suona come una fucilata, ”Ich liebe dich” sembra “Ti odio”, dev’esser per questo che non potrò mai amare un tedesco). Però conosco molte parolacce. In turco so chiedere “due tè neri, per favore”, ma so dire anche “No , grazie, non mi interessa “ (frase da somministrare ad assillanti venditori di tappeti, nell’idioma indigeno il rifiuto è più efficace)…
 
 
Essere curiosi
Credo che la curiosità sia la dote basic del viaggiatore, quella che lo differenzia dal semplice turista.
La curiosità ti spinge ad infischiartene di divieti limitanti (per esempio, quei piccoli ostacoli burocratici apparentemente superabili solo dai viaggi pacco tipo Alpitour). La curiosità ti fa scoprire luoghi meravigliosi ignoti al turismo di massa, ti fa assaggiare pietanze dall’aspetto inquietante ma dal sapore squisito. La curiosità ti porta a volte sul ciglio del baratro di esperienze pericolose, che però nel ricordo- se sopravvivi- diventano mitiche . …
 
 
Essere tenaci
Anche questo, aiuta, in viaggio. Una volta l’ex coniuge (il già citato Renzo), che è sempre stato cocciuto come un mulo, mi trascinò in una vera odissea per una sua cazzutissima ricerca. Non cercava la pietra verde di cinematografica memoria, ma una introvabile registrazione di una specifica musica folk di cui conosceva la danza. Ci girammo tutta Istanbul . Come sempre , due scimmie: io mischiavo turco e inglese per chiedere, lui completava la richiesta mugolando e fischiando la musichetta, e accennando i passi della danza folk. Uno spasso. Non trovammo la registrazione, ma in compenso ci accompagnarono in tour panoramici del Bosforo, e andammo peregrinando per giorni fra il gran bazar e gli angoli più remoti della città, a est e a ovest….
 
 
Accettare gli imprevisti
Io non sono un tipo tutta programmazione e controllo, no. Io gli imprevisti non solo non li temo, ma li ADORO. Sono gli imprevisti che ti fanno sostare in posti interessantissimi che non avresti mai “filato” o conoscere persone gentili che non avresti mai conosciuto se… Gli imprevisti sono il sale di un viaggio. E della vita.
 
 

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categorie: a ruota libera, sì viaggiare
giovedì, 17 gennaio 2008

Il vero golpe

“Io so.  Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpes istituitasi a sistema di protezione del potere).  Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974… (omissis)Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che rimette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero. Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il "progetto di romanzo" sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il 1968 non è poi così difficile...”
Bighellonando in rete, sono incappata in questo celebre pezzo di Pasolini sul Corriere della Sera del 14 novembre 1974, che ancor oggi abbaglia per la sua spietata lucidità e lungimiranza.
E rilevo un colossale concorso di colpa del silenzio. Dove sono gli intellettuali, oggi?
Chi raccoglie pazientemente frammenti di realtà per restituirci il puzzle della verità? Chi sa veramente ? Di cosa scrivono i romanzieri del nostro tempo? Io che ho velleità scribacchine e sono già in formalina, morta precocemente alla verità per insostenibile pigrizia- informarsi costa fatica- ho avuto un sussulto di vergogna. 
“…Tale verità - lo si sente con assoluta precisione - sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all'editoriale del "Corriere della Sera", del 1° novembre 1974.
Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.
Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.
Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.
Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi - proprio per il modo in cui è fatto - dalla possibilità di avere prove ed indizi.
Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.
Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.
Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.
All'intellettuale - profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana - si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.
Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al "tradimento dei chierici" è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.
Ma non esiste solo il potere: esiste anche un'opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano.
È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all'opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell'Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.
Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico…”
Questa descrizione del PCI commuove fino alle lacrime. Era davvero così, il PCI, nel 74? Non so dirlo: nel 74 avevo quattordici anni . So che oggi non solo non esiste un partito così, ma neppure qualcosa che vagamente gli assomigli, qualcosa di meno informe e magmatico dei Grillo Boys o dei No Global…
“…In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario - in un compatto "insieme" di dirigenti, base e votanti - e il resto dell'Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un "Paese separato", un'isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel "compromesso", realistico, che forse salverebbe l'Italia dal completo sfacelo: "compromesso" che sarebbe però in realtà una "alleanza" tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell'altro.
Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.
La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l'altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.
Inoltre, concepita così come io l'ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l'opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.
Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch'essi come uomini di potere.
Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch'essi hanno deferito all'intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l'intellettuale viene meno a questo mandato - puramente morale e ideologico - ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore.
Ora, perché neanche gli uomini politici dell'opposizione, se hanno - come probabilmente hanno - prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono - a differenza di quanto farebbe un intellettuale - verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch'essi mettono al corrente di prove e indizi l'intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com'è del resto normale, data l'oggettiva situazione di fatto.
L'intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento.
Lo so bene che non è il caso - in questo particolare momento della storia italiana - di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l'intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che - quando può e come può - l'impotente intellettuale è tenuto a servire.
Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l'intera classe politica italiana.
E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi "formali" della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.
Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico - non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento - deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.
Probabilmente - se il potere americano lo consentirà - magari decidendo "diplomaticamente" di concedere a un'altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon - questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato. “
 
www.corriere.it/speciali/pasolini/ioso.html
 
 

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mercoledì, 16 gennaio 2008

Il sorriso di Caronte

A volte penso che fosse scritto nel mio destino, questo mio diventare un Caronte trasgressivo, che accompagna le anime fuori dall’inferno. Perché - qualunque sia il non luogo dove approderemo- non vi è dubbio che l’inferno è qui, è ora. La cosa buffa è che sto diventando maestra degli addii. Proprio io, che non so tollerare le separazioni, insegno agli altri ad accomiatarsi. Vado dai parenti dei malati moribondi e li sollecito a comunicare senza le parole, di cui sempre più riconosco l’inutilità. Bastano le mani, a raccontare rancori dissolti e sentimenti mai sopiti, a spiegare la difficoltà a lasciarsi e a rivelare la conquista della comprensione profonda.
Ho imparato che la rassegnazione è un processo attivo, che arriva al termine di una lotta strenua col nostro orgoglio di finti onnipotenti.
Osservo chi muore e cerco di carpire i segreti di quella lotta , che più di ogni altra rivela la vera essenza di ogni persona. Chissà se al mio turno imprecherò e suderò rabbia, o giungerò le mani in una fede improvvisata; chissà se sarò lucida e saggia (non credo) o allegramente incosciente. Forse sarò – ancora una volta- livida e atterrita ; chiamerò mia madre invano, di sicuro. Invece vorrei imitare il sorriso generoso di un malato a sua sorella; il suo corpo soffriva enormemente, ma lui ha preservato la propria anima candida negli occhi e sulle labbra e ha fatto il regalo delle ultime sue forze spremendole in quell’indicibile sorriso.
Guardare la morte serve ad imparare a vivere, forse. So che non c’è nulla di più importante dell’amore, quello vero, quello che è generoso e incurante di essere ricambiato, e proprio per questo vincit omnia e ricambiato lo è sempre, anche se da persone sempre diverse da quelle cui è stato regalato. Cercherò di sorridere. Promesso.

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categorie: a ruota libera, corsiademergenza
martedì, 15 gennaio 2008

La solitudine della moglie

Cristina non aveva mai pensato a se stessa. Era sempre stata molto concentrata nella prevenzione dei bisogni degli altri, ed altrettanto impegnata nella negazione delle proprie esigenze. Io , invece, ero stata allevata in un’atmosfera di feroce egocentrismo, cui avevo conformato anche la mia esistenza solitaria. Sospettavo che l’altruismo di Cristina, totalizzante e iperattivo, fosse sotterraneamente alimentato da una solida paura di sé.
Accendeva la radio in ogni stanza per non dover fare i conti col silenzio: così interpretavo il frastuono che accompagnava la vita della mia amica. La vedevo assordata perennemente da domande-pretese di chiunque avesse intorno. C’erano due figli col becco sempre aperto nella richiesta di cibo e attenzione. Daniele, suo marito, era allegramente infervorato nel proprio lavoro e nelle evasioni extraconiugali, rafforzato dalla propria materiale dipendenza da lei, che gli stirava camicie ed autostima. Poi c’era sua madre , da assecondare in una tirannica ipocondria , con un suo complicato viavai fra medici, psicologi e farmacisti. E c’era sua sorella, che le prosciugava il conto in banca adducendo debiti da ripianare, quando le scialacquava i sudati risparmi in profumi e balocchi.
Per non parlare della corte dei miracoli di vicini, parenti, colleghi che si abbeveravano giornalmente alla generosità di Cristina.
A me – cupa , diffidente, pessimista- la solare disponibilità di Cristina attraeva ed irritava ad un tempo.
Cercavo di sobillarla alla rivolta. “Perché non mandi tutti affanculo e non fai qualcosa per te stessa? Un cinema, un’iscrizione in palestra, un massaggio? “
Lei mi guardava, improvvisamente preoccupata per me . “ Che c’è , cara? Ti senti sola? Ci noleggiamo un blockbuster e ce lo vediamo insieme, dai. In palestra, magari, ti riesco ad accompagnare, se ti iscrivi a quella dove porto i bambini . Fra il corso di karate di Federico e il tennis di Giulia ci sta giusto una mezzora per l’aerobica. Sai, ho pensato di invitarti a cena insieme ad un collega di Daniele tanto carino. Secondo me ti potrebbe piacere, è proprio il tuo tipo…”
“Cristina, cacchio. Non devi né farmi accasare né farmi divertire. Ma se questo è l’unico sistema per far divertire te, sono disposta anche a beccarmi il collega di Daniele… “
Eravamo diverse, io e Cristina. Talmente diverse che non ricordo nemmeno più perché fossimo diventate amiche. Ricordo che una volta , di fronte alla sua ennesima profferta unilaterale d’aiuto per qualche mio problema personale, e al suo ennesimo rifiuto di farsi aiutare a sua volta da me per lo svolgimento di una delle mille incombenze che continuava ad accollarsi, ero sbottata , esasperata: “ Sei una dannata egoista”. Aveva sgranato gli occhioni azzurri e innocenti, per la prima volta accusando il colpo. “Egoista “ non doveva averglielo detto mai nessuno.
“Proprio così” infierii, contenta di veder incrinata quella sua esasperante serenità. “ Sei un’egoista, non sai capire i bisogni di chi ti vuol bene. “ Stavo sognando, o mi pareva di vedere umor lacrimale tra le sue ciglia? “ Non ti viene mai il dubbio che chi ti vuol bene possa aver bisogno di sentirsi utile , di fare qualcosa per te? Non chiedendo mai aiuto, tu neghi a tutti la possibilità di fornirtelo. La tua generosità è una forma suprema e raffinata di egoismo, cara mia. “
Oggi mi vergogno di quella mia filippica di cattivo gusto, ma c’era un motivo, sotteso al mio furore estemporaneo. Avevo litigato con Daniele.
Daniele , bello e infedele, ci aveva provato anche con me. Spudoratamente, mentre eravamo a una di quelle cazzo di cene a casa loro. Cristina era in cucina a spignattare come una schiava , e lui mi si era avvicinato di soppiatto, baciandomi sul collo. “Che cazzo fai? “ avevo sibilato, reprimendo un brivido di sensualità involontaria risvegliata da quel bacio.
“Sei bella” mi aveva detto il fedifrago impudente. “ E tu sei stronzo” avevo ribattuto io, furiosa, soprattutto per il mio brivido .
La schermaglia era continuata, all’insaputa di Cristina. Un giorno, dopo aver dribblato con accuratezza tutte le occasioni che potessero mettermi in condizione di trovarmi sola con Daniele, avevo raccolto tutte le mie energie e lo avevo affrontato. (Daniele aveva quel fascino irresistibile dei bastardi…). “Cristina è una donna meravigliosa. Non so se ti rendi conto della fortuna che hai”gli avevo detto, sfoderando tutto il cipiglio moralista che possedevo.
“ Lo so” aveva detto lo stronzo. “ E’ per questo che l’ho sposata.”
“Già, dev’essere per questo che la riempi di corna: è troppo meravigliosa perché tu possa sopportarlo. “
Allora il bastardo se n’era venuto fuori con quella scusa dell’autosufficienza. “ Sai, mica hai torto” mi aveva detto. “ Cristina è perfino…troppo, hai ragione. E’ così forte, così…autosufficiente. Non ha per nulla bisogno di me. Mentre io senza di lei sono perduto.”
Ed è stato allora che mi sono incazzata. Per lei e con lei. “ Maledetta egoista”, eccetera eccetera, fino a farla piangere.
 
Oggi mi ha telefonato Daniele. “Cristina è in ospedale. Vieni subito. E’ molto grave. Credo che le farebbe piacere vederti.”
Sono rimasta di stucco. Devo assimilare due realtà stupefacenti.: Cristina costretta a letto, Daniele che – dopo vent’anni- formula una richiesta per sua moglie invece che per sé.
Ha il cancro. Diffusissimo, metastasi dappertutto , uno strazio. Tanta cura per gli altri e nessuna per se stessa. Cazzo.
Naturalmente, dal letto d’ospedale, Cristina ha già organizzato tutto: turni di amici, parenti e baby sitter per pasti, compiti e necessità di Daniele e dei figli. Pulizia della casa, bollette, abbonamenti e rette scolastiche da pagare. Non ne parla con me, ma scommetterei che ha già chiamato l’impresa delle pompe funebri per il proprio funerale, che pare – ahimé- imminente.
Daniele piange come una vite tagliata dietro la porta della sua stanza d’ospedale.
Cristina s’illumina tutta nel vedermi. “Come stai?” e mi fa una carezza. Maledetta egoista.
 

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categorie: racconti, donne du du du

Storia di una donna

Il reparto era caratterizzato da cinica promiscuità : ginecologia e ostetricia. In mezzo, a dividere, la nursery. Lei era dalla parte sbagliata: ginecologia.
Domani l’avrebbero operata. Le avrebbero tolto quell’utero che negli ultimi mesi piangeva troppe lacrime di sangue. “Metrorragie “, era il termine scientifico. Il ginecologo sosteneva che la causa del pianto uterino fosse un voluminoso fibroma. “Grande come la testa di un bambino” Gliel’avrebbero tolta, la testa del bambino . E anche il bambino dalla testa. L’avrebbero castrata. “Alla sua età, signora, conviene levarlo, quest’utero che non serve più a nulla e dà solo fastidi.” Il dottore era laureato in medicina, ma sicuramente gli difettava la specializzazione in psicologia. “Non serve più a nulla”. Serviva a farla sentire una donna, per esempio. Si sarebbe tenuta volentieri sia i fastidi sia l’utero.
Rivide se stessa più giovane e più incosciente di trent’anni, sdraiata su un lettino come quello dove aveva recentemente ascoltato la condanna della sua femminilità.
“ Non voglio tenerlo”.
L’uomo in camice bianco le aveva detto che c’era un intruso nel suo ventre, che stava crescendo. “Le confermo che è gravida”.
“Gravida di problemi” aveva pensato lei. Era senza lavoro, senza soldi e senza uno straccio di fidanzato. E ora pure quel guaio incombente. “ Non voglio tenerlo”.
Era tornata in quello stesso reparto , allora nell’ala “ostetricia”. Finito il raschiamento, l’avevano rispedita in stanza con una giovane puerpera trionfante. Mentre smaltiva i rimorsi per il bambino che aveva buttato via, vedeva un’altra donna baciata dalla fortuna dell’amore cullarne il frutto roseo e paffuto, circondata dalle premure del marito e di affettuosi parenti. Aveva pianto silenziosamente, la notte, quando la compagna di letto dormiva con un sorriso beato stampato sul viso, e il mattino dopo aveva lasciato il reparto come una ladra, senza salutare.
Quando aveva sposato Fabio, aveva creduto di poter rimediare a tutti gli errori del passato.
Si amavano; avrebbero fatto una famiglia normale. I bambini non arrivarono subito, ma non si allarmarono. Si bastavano l’un l’altro. Erano felici del tempo trascorso insieme, dei viaggi avventurosi in posti lontani, della casa che andavano abbellendo di arredi preziosi . Uscivano, lavoravano, avevano tanti amici.
Dopo sei anni di matrimonio, si amavano ancora come il primo giorno.
La parabola discendente iniziò con le feste per i battesimi dei figli degli altri.
“Quando potrò farti da madrina anch’io? “ le chiedeva l’amica di turno.
Sorrideva evasiva. “ C’è tempo. Abbiamo tanto da fare, in questo periodo. Sai, il lavoro…”
Cominciarono ad emarginarli. La loro casa era troppo silenziosa ed ordinata, il loro giardino troppo curato, con l’erba ben pettinata. Fabio comprò un cane, e gli prese una cuccia gigantesca.
“Quando nascerà il nostro piccolo, avrà un cucciolo con cui giocare.” le disse suo marito. Lei seppe che mentiva, ma lo baciò riconoscente.
Per lungo tempo non parlarono di quella mancanza. Facevano l’amore come sempre, con la stessa tenera passionalità dei primi tempi. Ma Antonella cominciò a guardare il calendario, con finta noncuranza. E la notte scrutava il cielo cercando la luna. Dopo l’amore, aveva preso l’abitudine di trattenere Fabio dentro di sé per lunghi minuti. Poi fingeva di addormentarsi, per non andare in bagno a lavare il suo seme prezioso, e trascorreva la notte a cosce serrate, trattenendo il respiro.
Un giorno capì che era successo qualcosa. Sentì il suo ventre tendersi sotto l’ondata di una crescita dolorosa e inaspettata. Era certa di essere rimasta incinta. C’erano stati numerosi segni premonitori: la luna piena in una notte estiva di rara luminosità, un sogno pieno di paesaggi marini, e il figlio di un’amica che le aveva dato un bacio spontaneo di riconoscimento. Era una mamma, ne era sicura. Sarebbe stata mamma. Quando fece il test, a casa, le tremavano le mani. Pisciò fuori dallo stick, per l’emozione. Consumò tre kit di Predictor. Vide la croce sul tampone e lo mise in borsa, ancora incredula. Voleva correre da Fabio in ufficio, per dirglielo subito. Uscì dal garage in retromarcia come una pazza, e sfasciò il paraurti posteriore contro il faretto del vialetto d’ingresso.
A Fabio disse: “Ho una cattiva notizia da darti, e una buona”. Lui le disse che avrebbe fatto pagare la fattura del carrozziere a loro figlio, quando sarebbe stato maggiorenne.
Furono folli di felicità per quattro settimane. Dopo un mese , Antonella tornò in ospedale per il secondo raschiamento della sua vita. Fu un dolore lancinante come una pugnalata a comunicarle la perdita. Quando domandò del germoglio ch’era stato il suo bambino le dissero di scordarselo. Non avevano trovato nulla. Si era disintegrato come sotto l’effetto di una bomba atomica.
Lei capì che lo sperma di Fabio era avvelenato, e cominciò a odiarlo, in segreto. Gli disse che non voleva più provare a seminare dentro di sé piante che non potevano dar frutti. Gli chiese di avviare le pratiche per l’adozione. Lui fu insolitamente remissivo e accondiscendente. Si sentiva in colpa verso di lei, era evidente.
Cominciarono le sedute dagli psicologi. Li interrogavano ferocemente sulle motivazioni dell’adozione.
“ Perché volete adottare un bambino? “ chiesero loro. La risposta di Fabio fu sincera e sgradita. “Perché non siamo riusciti a farne uno noi “. Li sgridarono. Singolarmente e in coppia. Dissero che avrebbero dovuto sottoporsi a una psicoterapia lunga e difficile. Accettarono: non avevano scelta. Cominciò l’analisi sulla loro vita di coppia. E man mano che loro due finivano sotto la lente d’ingrandimento, cominciarono a mancarsi. Smisero gradualmente di fare l’amore. Smisero di baciarsi. Smisero di divertirsi e di pensare al futuro.
Una sera Antonella rincasò prima dal lavoro, inaspettatamente, e trovò Fabio a letto con la psicologa dell’ASL. “Insolita terapia” commentò sarcastica. “ E’ per guarir la coppia malata o la sterilità?” Chiese e ottenne la separazione in tempi record.
Il giorno stesso della ratifica dello scioglimento del suo matrimonio, le giunse la notifica dell’idoneità all’adozione. La teneva ancora nel cassetto del comodino, a casa, insieme alla foto dell’ecografia del suo bambino mai nato.
Fabio ora lo sentiva due- tre volte all’anno, per gli auguri di compleanno e Natale.
Non gli aveva raccontato dell’intervento imminente. Era una cosa sua: lui non doveva sapere.
Si era risposato, con una coetanea divorziata con un figlio. Aveva ottenuto ciò che desiderava con altri mezzi. “Per gli uomini è sempre più facile”, si disse.
Antonella si guardò il ventre gonfio, accarezzandolo con tenerezza. Domani l’avrebbero svuotato. Non voleva esser triste. Non si era ancora messa il pigiama e la vestaglia. Pigiama e vestaglia la facevano sentire malata, e triste. E lei voleva essere ancora allegra, e pensare al futuro.
Decise di andare a vedere la nursery. I bambini piccoli mettono allegria, sempre.
Si mescolò alla ressa di parenti col naso schiacciato contro l’acquario.
“ Che belli che sono, vero? Il mio è il numero cinque, con la tutina gialla. C’è anche il suo nipotino, signora? “ un padre colmo di affettuosa tenerezza contagiosa le rivolse la parola. Le spiaceva deluderlo.
“ Complimenti, suo figlio è splendido. La mia nipotina è la numero otto. Quella con la camicia rosa e il ciuffo rossastro. Non è carina?”
 

postato da: vieenblues alle ore 16:19 | link | commenti (1)
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