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Utente: vieenblues
Nome: Diana
Sono carina a corrente ed umori alternati. Mi trucco raramente; quando lo faccio, mi tocca correre ai ripari allo specchio dei cessi pubblici, rimediando sbafi di rossetto e mascara strofinati per sbaglio. La vitalità è tradita dalla capigliatura folta e dalla borsa piena di cose inutili. Lo sguardo sfugge il futuro e l’incontro: sembro stronza, ma sono solo timida. L’attesa mi consuma unghie rosicchiate all’osso e il sorriso involontario. La mia paura cammina su tacchi bassi perché non mi piace stare in bilico, ma inciampo spesso in ostacoli dimenticati . Ho le dita perennemente macchiate d'inchiostro

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lunedì, 31 marzo 2008

BAMMET (non esiste Alzheimer per le emozioni)

carnevale1976
Una ragazza (“ragazza” è una definizione opinabile, mutevole secondo l’età di chi la adopera, quindi la ragazza in questione potrebbe avere una quarantina d’anni) di Metanopoli, paese dell’hinterland milanese dove ho trascorso parte dell’infanzia e dell’adolescenza, ha avuto un’idea perversamente geniale per la sua semplicità e potenzialità: ha fondato un sito di “ex bambini” di Metanopoli, raccogliendo foto, video, documenti d’epoca e attuali e aggregando un numero crescente di adepti, che da un mese, col passaparola, si scambiano ricordi,e si ritrovano dopo trent’anni , rendicontandosi matrimoni, divorzi, lutti e figli con infantile e rinnovato entusiasmo.
In questo gioco di riattivazione spontaneistica della memoria collettiva , emerge con spaventosa evidenza la soggettività della selezione dei ricordi. Io, ad esempio, sono stata contattata da una sconosciuta  che si proclama mia vecchia amica e che galleggia ostinatamente nel buio dei miei neuroni, da un mio ex compagno che ha rievocato un viaggio che io ricordo come un incubo e lui come una gita leggendaria e piacevolissima; a mia volta , ho contattato qualcuno che non ha nessuna voglia di vedermi e che conserva qualche vecchio rancore di cui ignoro il motivo, e ho cercato vecchi amori capelloni e tormentati ritrovandoli calvi e felici.
Ho visto foto in cui sembro spensieratissima di feste di cui conservo- a distanza di anni- il ricordo di interminabili pianti nel segreto della mia cameretta (Gianni non mi aveva filato, Franco mi aveva preso in giro, Elena si era beccata tutti i balli e le attenzioni…). Ed è buffo come in questo precipitare allegramente in un passato che è remoto solo per il calendario, ma non per l’attualità emotiva, non sembri minimamente influente la mia consapevolezza di oggi; al cospetto di ieri, mi ritrovo ancora coi brufoli, senza tette e con un’insopportabile e balbuziente timidezza.trent

postato da: vieenblues alle ore 10:02 | link | commenti (10)
categorie: amarcord, a ruota libera
venerdì, 28 marzo 2008

(La luna, chissà perché, non ci stava)

tickyecc
Questa è una recensione faziosa come l’autore del libro recensito. Il libro è “tickytackyticky” . L’autore , maschio e timido, si cela sotto pseudonimo femminile e buffo. Ma siccome gloriagloom a me ricorda un ibridoma fra Gloria Swanson e un gloglottante tacchino, facciamo che io l’autore lo chiamo Paolo, se non si offende. Il libro-dicevo- è deliziosamente partigiano, di quella partigianeria dichiaratamente assiomatica e sbruffona, che si perdona volentieri perché sostenuta da un’ironia irresistibile e spesso un po’ suicida. L’impaginazione, rigorosamente anarchico-autarchica,  rende giustizia a una scrittura che porge in modo lieve e scanzonato pensieri d’involontaria profondità, promuovendo l’inciso a frase principale, e le note a piè di pagina a pagina intera. Il mondo, per il tacchino-Swanson, è tutto racchiuso in parentesi che lui incastra attaccandole tenacemente alla parola che le precede, quasi a sottolineare graficamente l’importanza dei dettagli. Ma – più che per  un’allegra ossessività, tradita a tratti da eccessi di citazionismo estremo (Paolo, ma ti offendi tanto se ti dico che la metà dei dischi che tu citi quali pietre miliari della discografia mondiale io non credo di averli mai sentiti?)-  “ticky, tacky, ticky”- colpisce per  una malinconica tenerezza strattonata dalla  passione per le piccole grandi cose, che trascina su note jazz chi abitualmente balla solo il liscio da anni (no, non io, è una metafora!).
Sospetto grandemente che il novantanovevirgolanovantanove per cento del mio gradimento sia imputabile a motivi squisitamente generazionali (il libro passeggia dinoccolato dagli accidentati anni 70 ai surgelati i-podizzati anni 2000 con l’andatura perplessa di un mio coetaneo, classe 1960), ma in fondo non m’importa. Le argomentazioni articolate seguiranno in una nota a pié di pagina, di prossima pubblicazione.

postato da: vieenblues alle ore 13:29 | link | commenti (2)
categorie: leggere, a ruota libera
mercoledì, 26 marzo 2008

Hasta luego

Orologi di Dalì

Vado ad un appuntamento
con le emozioni in gola
e le mani in tasca.
E fingo indifferenza
mentre cammino
senza trovare il mio passo.
Guardo le vetrine,
a volte anche il cielo.
Ma l’orologio
l’ho dimenticato:
il tempo lo scandisce
il cuore. Tumtumtum.
E l’amore è un sogno
che s’avvera di rado,
mentre aspetto il tram.
L’appuntamento è con me.
Me n’ero scordata.
Hasta luego.

postato da: vieenblues alle ore 18:03 | link | commenti (3)
categorie: poesie, a ruota libera
martedì, 18 marzo 2008

Pensieri a briglia sciolta su nascita e morte

kubrick2001[1]
Ciò che segue l’ho scritto qualche anno fa, ma lo ripubblico perché è ciò che penso anche oggi, (anche se forse lo direi con parole diverse) e credo di non poter lasciare il mio blog orfano di qualche divagazione esistenzialista; inoltre è un piccolo omaggio a un mio amico buddista.
 
Io faccio il medico perché sono ipocondriaca, e perché ho sempre avuto una fottuta paura della morte.
Morire mi secca parecchio, anche se non sempre la mia vita mi piace o sono soddisfatta della piega che ha preso, nonostante gli immani sforzi per indirizzarla dove voglio io.
Sono convinta che la vita ci serve a prepararci a morire, e mi domando se sarò pronta, quando sarà il momento.Ho i tempi lunghi, io.
Anche a nascere ci ho messo un casino. Ventitré ore, per la precisione. E’ stato un parto podalico, senza taglio cesareo. E la mia nascita, così scettica e timorosa, mi assomiglia molto. Ho messo prima giù un piede, come si fa al mare, per saggiare la temperatura dell’acqua. Subito dopo, probabilmente, ho avuto voglia di tornare dentro l’utero caldo di mia madre. Mi hanno strattonato fuori con forza, provocandomi la lussazione della spalla.
Mia madre dice che appena nata avevo occhi consapevoli e saggi. Su questo le credo, anche perché sono mamma anch’io.Lo sguardo di Diego appena nato non lo dimenticherò mai. Era pregno di una conoscenza profonda: sembrava lo sguardo di un vecchio.Chi dice che i neonati non vedono è un imbecille: loro, semmai, vedono di più, nonostante quel velo catarattoso che appanna le loro cornee.Guardate gli occhi di un bimbo di pochi giorni, il suo modo di accogliere il mondo circostante. E’ uno sguardo di riconoscimento, è la prova dell’esistenza di vite precedenti. Ha una consapevolezza che gradualmente si affievolisce, man mano che la cornea diventa limpida.
Vorrei avere ancora un bimbo piccolo fra le braccia per godermi di nuovo la sua cernita del mondo. Non è una vera meraviglia, ma un riprender possesso di nozioni antiche. Riscoprire i profumi, le luci, la musica.Sulla musica, poi, ci sarebbe tanto da dire. Ricordo che, quando Diego non dormiva, era sufficiente inserire nel lettore un CD che avevo ascoltato in gravidanza per farlo istantaneamente calmare. Come il bimbo di Sandra, che smetteva di piangere accendendo il phon: il rumore gli era familiare, perché Sandra si è sempre sistemata la frangia col phon, quotidianamente, anche quando era incinta.Non sono palle. Quando aspettavo Diego ascoltavo spesso la struggente colonna sonora di “Ghost”. A quattro anni, lui, sentendone la riproduzione, ha esclamato: “Bella, questa musica, mamma!L’ascoltavo quando ero nella tua pancia…”
Comunque le prove della ricchezza della vita intrauterina non le ho solo io.Ho letto un articolo sul “Lancet”, in proposito: ho il conforto della scienza.
Quello che mi manca è la bibliografia scientifica sulla questione delle vite passate. Lì siamo ancora indietro. Si sa poco, pochissimo. Si conosce poco perfino ciò che succede quando un uomo è vivo, il suo cuore batte e l’elettroencefalogramma non è ancora piatto. Il sonno, i coma: tutto viene etichettato semplicemente come “alterazione dello stato di coscienza”, e…morta lì.
Che diavolo succede nel sonno? Che mi frega di sapere che durante i sogni muoviamo rapidamente gli occhi?Voglio sapere come facciamo a costruirceli, i sogni. Perché a volte li ricordiamo e a volte no? Io non me li ricordo mai, per esempio. Ho il sospetto di non fare sogni, altroché.Tutto ciò che non ricordo mi sembra di non averlo mai vissuto. Ogni notte muoio, quindi. E ogni mattina rinasco. Infatti, ogni sera ho paura di addormentarmi. E non posso dormire in un letto se le lenzuola non sono state stirate a dovere. Le lenzuola ruvide mi danno il panico: comincia a mancarmi il respiro, e penso alla morte. Scherzando, affermo che in una vita precedente mi hanno strangolato nel letto. Mi ha strozzato un amante respinto, perché nella vita passata ero cattiva e lussuriosa. In questa, per contrappasso, sono casta e ho poca fortuna con gli uomini…
Il coma mi affascina, da sempre. Se rinasco faccio la neurologa e cerco di capirci qualcosa. “Dottoressa, non sente nulla, vero? Almeno non sente nulla, finalmente”: così mi hanno detto tante volte, sollevati, i parenti di un paziente comatoso. Il coma provvidenziale che arrivava all’ultimo giorno di una grave malattia, magari un cancro.Io annuivo: “No, non sente nulla”. Non ne sono affatto certa, che uno non senta nulla. Forse non prova più dolore. Forse. Però, nel dubbio, al cospetto di un moribondo mi guardo bene dall’esprimere giudizi netti, o dal parlarne senza rispetto. Perché lui è lì, e secondo me sente, eccome. Magari vede i parenti che cominciano a litigare per i suoi soldi. O gli infermieri che lo sbatacchiano già con poco riguardo, come un cadavere da vestire.
Papà è stato in coma tre giorni, prima di morire. Abbiamo parlato molto, in quei tre giorni. Gli tenevo le mani, che sono state caldissime e pulsanti fino all’ultimo. E lui mi ha detto tante cose: il suo rammarico di lasciarmi nei guai, il suo desiderio di abbracciare sua madre e Sandra, il suo affetto che non sarebbe morto.Ha aspettato tre giorni per darci il tempo di rassegnarci alla sua assenza. Lui era pronto, a morire. Non l’avrei mai detto, agnostico e cinico com’era, ma la morte lo ha colto preparatissimo. Quando sono tornata a casa sua, dopo che il suo cuore ha smesso di battere, ho trovato l’appartamento in ordine perfetto, i documenti ben archiviati.Il frigo era pieno di ogni ben di Dio. Aveva cucinato un sacco di manicaretti per invitare gli amici a cena. E l’abbiamo fatta, la cena. Dopo il funerale, senza di lui, abbiamo mangiato i buoni cibi che lui aveva preparato. E io lo ho visto ridere, a capotavola, mentre alzava il bicchiere in un brindisi…
A volte dal coma si svegliano. Ho raccolto i racconti di qualche miracolato, e sono tutti simili a ciò che ho letto ne “La vita oltre la vita”. Tunnel, luci, e tutto l’armamentario del paradiso. Naturalmente, siccome siamo in un paese cattolico, è un paradiso cattolico. E Padre Pio la fa da padrone. Un mio paziente pugliese ha rischiato la pelle per un intervento di by-pass coronarico gravato da mille complicazioni. Ha visto Padre Pio che discuteva, ai piedi del letto, con suo fratello, che è già nell’aldilà. Hanno contrattato un po’, poi il fratello del mio paziente gli ha sorriso e ha detto: “Non è ancora ora”.Il mio paziente, mentre Padre Pio e il fratello discutevano, ha fatto dannare l’anestesista che non riusciva a intubarlo.Il rianimatore lo ha riacciuffato per i capelli, dopo qualche minuto di arresto cardiorespiratorio, in perfetto stile ER. Naturalmente, il paziente non è riconoscente al medico che gli ha salvato la pelle, ma a Padre Pio.
Mio figlio Diego, invece, ha un tramite diretto con gli angeli. Ogni tanto, quando lo sento parlottare da solo e gli chiedo spiegazioni, mi risponde di essere a colloquio col suo angelo custode. Diego gli chiede di tutto, dall’influenza sui fenomeni meteorologici (una volta eravamo in autostrada sulla Milano-Bologna e Diego ha domandato e ottenuto la sparizione di una nebbia fittissima), alla risoluzione dei piccoli problemi quotidiani (come trovare parcheggio in centro, che richiede-effettivamente- una soluzione soprannaturale).Se la richiesta di aiuto angelico proviene da me e chiedo la mediazione di mio figlio, a volte devo sottostare a delle buffe limitazioni (“Mamma, oggi ha già lavorato tanto, lasciamolo riposare”).
L’angelo di Diego ha fatto gli straordinari appena ingaggiato.Ero tornata a casa dall’ospedale, col mio bimbo di tre giorni e due chili e ottocento grammi. Lo stavo allattando, e sperimentavo la teoria di Melanie Klein sul seno buono e sul seno cattivo. Diego si rifiutava, strillando, di ciucciare la mia mammella destra.Ad un tratto il suo urlo neonatale si è troncato di botto, ha avuto un arresto respiratorio. Mi sono trovata a fissare, istupidita, un cadaverino inerte e cianotico fra le mie braccia.Ho cominciato a scuoterlo, incredula: al posto del mio bimbo c’era un bambolotto senza vita, la mia carriera di madre finiva prima ancora di cominciare.Per un tempo incalcolabile ho avuto un déjà vu: la visione di mia sorella sul tavolo dell’obitorio di Niguarda. Poi, forse, ho trovato la forza di rianimare mio figlio. Più semplicemente, è intervenuto l’angelo.Ha salvato Diego e ha salvato anche me, che non avrei sopportato di perdere il bene più prezioso che avevo al mondo, e di aggiungere altri rimorsi al mio curriculum vitae.
 
 

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categorie: a ruota libera, corsiademergenza
giovedì, 13 marzo 2008

L'anima nell'ombra

le professeur
Quando aprii la porta, trovai Franco sulla soglia. Era in ciabatte e pigiama, maledizione.
“Non ce l’ho fatta, ad andare al lavoro.” Fissò un punto lontano, oltre me.
“Ti manderanno il medico fiscale, gli stronzi.”
“Già fatto. E’ appena andato via. Mi ha confermato la malattia. Ha detto che sono messo male.” Rise, di una straziante risata amara. Era davvero messo male, l’amore mio. L’energia vitale sembrava averlo abbandonato per sempre, trasformandolo in una marionetta floscia senza fili.
“Peccato che tu non sia riuscito ad andare. Gliela dai vinta ancora una volta. Non è giusto.” Lo dissi più a me stessa che a Franco. Lo osservai strascicare i piedi verso la camera da letto e pensai quanto le sventure degli ultimi tempi avessero piegato il suo portamento fiero. Franco era alto e bello. Ora era solo bello, ma la sua disperazione era inestetica e violenta.
Sul tavolo della cucina trovai un portacenere pieno di mozziconi e un libro aperto e fitto di sottolineature. Gli occhiali di Franco dimenticati sul “ Simposio “di Platone mi commossero fino alle lacrime.
“Ci son più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante non ne sognino i filosofi”. Chissà se Franco sognava ancora, nel segreto della sua mente ormai impervia. A che gli era servita, a che gli serviva la sua dannata filosofia?
Se almeno avesse insegnato matematica, tutto questo non sarebbe successo.
Lei avrebbe incolonnato numeri su un quaderno, e non avrebbe cercato di incontrare i pensieri vagabondi negli occhi scuri di Franco. Sì, doveva essere andata così. Una domanda innocente sui misteri del mondo ne aveva probabilmente trascinate altre, più maliziose, su diversi e più accessibili misteri. “Dove abiti?” “Ti piace Schöpenauer?” “Vuoi un caffè?”. Eppure io non lo credevo capace di dolo. Quella di Franco era una seduttività naturale, arricchita dal fascino dell’inconsapevolezza. Era impossibile non rimanerne soggiogati, a diciotto come a quarant’anni. A me era successo e succedeva ancora, anche adesso che l’infamia della pubblica esecrazione lo voleva stupratore di minorenni ed educatore indegno.
Ne ero certa, anzi certissima: era lei che si era innamorata di lui, e non solo per recitare il copione scontato della giovane allieva sedotta dal suo professore. Non c’era nessuno steccato a dividere Franco dalle persone: non l’età, non il ruolo, non la buona educazione. Lui abbracciava e si faceva abbracciare dal mondo. Anche lei non poteva non averlo capito.
Perché, allora, ferire la sua innocenza col sospetto? Perché tramutare la luce dell’amore nel buio dell’astio e della vendetta?
A quanto pare era andata dalla madre a piangere bugie e quella era finita dritta come un fuso in presidenza. “Il Prof. Castelli molesta mia figlia”. Vent’anni di carriera distrutti da una maldicenza improvvisata e crudele. Il preside aveva usato poche cautele, nel comunicargli una sentenza emessa prima del processo. “ Ho inviato una segnalazione al Provveditorato. Ma per il momento, in attesa di sviluppi, la invito caldamente a non presentarsi più a scuola.”
Lui aveva protestato fievolmente, con la debolezza tipica degli innocenti.
“ Ma come faccio? Non sono neppure arrivato a metà programma… Fra due mesi c’è la maturità.”
Il preside aveva tagliato corto. “Non credo lei abbia i titoli per portare nessuno alla maturità. Si metta in malattia, o la segnalazione la faccio direttamente alla Polizia.”
Ma il peggio era arrivato dopo: le schiene indignate dei colleghi in sala professori, il telefono muto per settimane e settimane.
E lui si era ammalato davvero. Lo sapevo bene io, che lo cullavo come un bambino tutte le notti, fra le mie braccia. Si disperava soprattutto per non aver la forza di lottare. Piangeva a dirotto, e pillole di ogni colore gli davano solo il beneficio di un sonno effimero che lo strappava alla realtà ma non al dolore. Appena sveglio, non mi riconosceva; mi guardava senza vedermi e diceva di non rammentare chi fosse e dove fosse. Poi, improvvisamente, scoppiava a piangere e diceva il nome di lei, come si chiama una sciagura. Ricordava. “Anna. Anna, perché mi hai fatto questo?”
Un giorno, rabbiosamente, appiccicai un post-it sul frigo. A volte Franco si alzava per bere un bicchiere di latte. Si trascinava come un sonnambulo in cucina. “ Mi chiamo Sara” scrissi sul post-it. “ Ricordati che Sara ti vuole bene.”
Andai in camera e lo trovai disteso sul letto, come sempre. Non rammentavo più il tempo in cui Franco era andato per il mondo con le sue gambe. Era adagiato sul copriletto, vestito e con le ciabatte, un braccio ripiegato ad angolo retto a coprire gli occhi. Sapevo che non dormiva, ma si proteggeva soltanto dalla ferita della luce.
“Sono stata in chiesa e ho pregato per noi” gli dissi con voce atona. Non era vero, naturalmente. Avevo pregato solo  per lui, chiedendo stupidi baratti e accendendo inutili ceri. Avevo fatto un fioretto vanamente masochista.  “Dio, guariscilo. Se lo guarisci lo lascio, te lo prometto. Se torna il Franco di un tempo, rinuncerò a lui.” Qualunque privazione  mi pareva più sopportabile di quella cui le circostanze mi obbligavano attualmente. Franco non mi apparteneva, perché non apparteneva più a se stesso.
“Dio non esiste” mi rispose in soffio, celato dal nascondiglio del suo braccio-schermo.
“Dio esiste, quant’è vero che tu starai meglio” gli risposi, ma non convincevo nemmeno me stessa.
Poi crollai sul letto vicino a Franco, piombando subitaneamente in un sonno senza sogni.
Mi svegliò un tonfo terribile. In cucina trovai una sedia rovesciata e la finestra aperta.
I miei occhi non si rassegnavano alla vista. Sul frigo, c’era un altro post-it. “Sara, tu sei la mia anima alla luce”.
 
 Depressione

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categorie: racconti
mercoledì, 12 marzo 2008

Il senso del punto e virgola

Una volta l’avrei definito democristiano, oggi veltroniano, anche se in realtà Veltroni non lo conosco (se lo conosci lo eviti e se non lo conosci lo voti?non credo). Il fatto è che Veltroni non riesco ad odiarlo per quella sua faccia buona e perché ama il cinema. Dovrei decidermi, per acquisire una minima consapevolezza politica, a leggere quel suo romanzo dalla copertina giallopadrepio che mi hanno regalato a bruciapelo un paio di Natali fa e che giace sul comodino come una zitella inveterata, abbandonata senza nemmeno la consolazione di un gatto.
Il punto e virgola è indeciso, compromissorio e inutile. Come una separazione non seguita da regolare divorzio – ogni riferimento a fatti e personaggi realmente esistenti è puramente doloso- o come una porta socchiusa ( se l’hai sbattuta che qualcuno pensi a chiuderla, cazzo!). O come un vorreimanonposso. Non posso mettere una virgola, che garantisce continuità, e non posso mettere un punto, che sanziona l’interruzione. E allora dovrei ripiegare su ‘sto cavolo di puntoevirgola, tanto per mettere qualcosa fra le parole, che fanno paura allineate senza respiro per troppe righe. Ma nella musica cacofonica dei miei pensieri aggrovigliati non ci sono pause da sancire con puntievirgola, bensì rullare di proposizioni sincopate dal singhiozzo dei punti, o virgole svirgolanti in valzer lenti di riflessioni pigre e incoerenti. (Ma non saprei rinunciare alle parentesi, ché negli incisi c’è il sugo della vita, con le dovute precisazioni, i dettagli che svelano il significato, il nondetto che si finisce col dire).
Mentre tu mi inchiodi al tuo puntoevirgola del cazzo: non vai a capo e non prosegui, o meglio vai avanti un po’ alla sperindio e non si capisce se vuoi essere seguito. Io voglio vivere di punti esclamativi, concedermi pochi punti interrogativi che siano solo miei e ballare al mio ritmo, da sola, ché sono stufa di farmi pestare i piedi. Olé.
 
 

postato da: vieenblues alle ore 08:00 | link | commenti (1)
categorie: a ruota libera
lunedì, 10 marzo 2008

Caramelloso otto marzo

caramel
Ho commemorato a modo mio l’8 marzo, vedendo un film “di donne”.
Il “caramel” del titolo, più che a una guarnizione dolciaria, richiama a una pratica sadomaso, la ceretta depilatoria, cui uomini e donne si sottopongono per amore in un salone di bellezza di Beirut, dove la regista libanese ha ambientato una sua personale versione di “Fiori d’acciaio”.
Il film è tutt’altro che femminista ma molto femminile ( nella morbida sensualità, nella sorridente e ironica comprensione del mondo, nella capacità muliebre di conciliare gli opposti, nella generosità e nella duttilità al rinnovamento) e mi ha inspiegabilmente suscitato una strano rimpianto per quel passato che nel film convive col presente senza nessun stridore, come in un film neorealista italiano. Mi è venuta nostalgia di profumi di torta e macchine da cucire manuali, matrimoni apparecchiati in ogni dettaglio, attesa di principi azzurri che a volte arrivano davvero in sella ad una moto invece che a un cavallo.
Il film è affollato di donne e tutte ispirano  sentimenti d’infinita tenerezza: la parrucchiera passionale che corre al richiamo dell’amante sposato (l’unico uomo- non uomo del film, non a caso mai visibile e rappresentato con l’assenza) e trova il coraggio di lasciarlo solo leggendo negli occhi della moglie- rivale analoghi sentimenti di appassionata dedizione ; la shampista ossigenata, moderna e in pantaloni, che vive con impacciata naturalezza la propria difficile inclinazione omosessuale; la donna incapace d’invecchiare, alle prese con le nevrosi “plastiche “ da femmina  occidentale, che simula mestruazioni inesistenti macchiandosi i vestiti col mercurocromo; la sarta che ricuce rimpianti a mano, suggellando con la rinuncia a un amore tardivo una teoria di privazioni che si è inflitta per prendersi cura di una sorella matta; la sorella matta, appunto, tenero pupazzo che vive fuori dal tempo, in una poetica ed efficace ricerca di una realtà alternativa ed onirica; la giovane promessa sposa, irruenta e velleitaria, incerta fra la contestazione e il rifiuto di una vita ingabbiata nelle convenzioni e la resa a quelle stesse convenzioni, con la ricostruzione di una verginità strumentale ma in fondo non così necessaria; la donna “integrata”, succube della sua bellezza ma pacificata dalle sue possibilità di trasgressione, simbolizzate dal sorridente taglio di capelli nella scena finale del film.
Gli uomini sono personaggi di contorno ma necessari, e in fondo sensibili sotto gli strati di simulata sicurezza; quando spogliati delle divise militari e dei baffi virili, sanno regalare sguardi amorosi e protettivi e far sognare le loro cenerentole.
Su tutti lo sguardo dolce e ironico della regista – anche splendida protagonista, con fattezze di una Loren mediorientale non rovinata dal silicone- ammicca dallo schermo a una condizione femminile in continua evoluzione, ma segnata eternamente dalla predestinazione all’amorosa donazione di sé.

postato da: vieenblues alle ore 10:09 | link | commenti (3)
categorie: cinema, a ruota libera, donne du du du
venerdì, 07 marzo 2008

L'amore asimmetrico

Donna triste (schiele)
Si era messa in testa di farlo smettere di fumare. “ Ti do un bacio per ogni sigaretta cui rinunci”. Si sentì patetica mentre lo diceva, ma lo baciò. Aveva paura che lui morisse. La notte lo ascoltava respirare e gli spiava il sonno.
Era gelosa dei suoi pensieri più segreti, delle donne che lui visitava in sogno, dei suoi desideri inconfessati e profondi.
Lo osservava spesso in silenzio, a volte di sottecchi.
“Lui mi guarda così poco. E’ probabile che non mi ami” si disse, e il rammarico le bruciava dietro lo sterno.
Ne sarebbe uscita con un’altra asimmetria, quando un altro si sarebbe innamorato del suo ritrovato egocentrismo, rincorrendo vanamente  il suo sguardo e la sua attenzione in una nuova asincrona ossessione.

postato da: vieenblues alle ore 08:21 | link | commenti (4)
categorie: racconti, donne du du du
martedì, 04 marzo 2008

Mi si è aperto il terzo chakra

Afferri un panino col salame e lo ingolli voracemente, in un impulso  bulimico.
“Quante calorie saranno? “
Hai già mangiato un sacchetto intero di patatine, bevuto una bottiglia di Coca Cola (Light, però, precisi con patetico puntiglio) e sommerso il piatto di plastica con otto tipi diversi di insalata. “Ma è insalata!” . “Sì, però è condita” implacabile ti riporto alla realtà.
Hai una maglietta aderente che ti arriva impietosamente ad altezza ombelico. La tua “vista pancia” pare una foto minatoria “prima” della Weight Watchers, più che un invito erotico da odalisca.
Io mi abbuffo con placida serenità. Ho da tempo passato il muro del pianto (la soglia di peso-allarme oltre il quale gli sforzi dietetici sono assolutamente vani se disgiunti da attività fisica intensissima e continuativa). Lo so io che attività fisica mi ci vorrebbe. Quella che una mia paziente, confondendosi con l’aerobica, voleva praticare col mio illuminato permesso di medico. (“Dottoressa, posso fare la ginnastica erotica?”). Non ci provo neppure a mettermi a dieta, io: sono depressa, e togliermi la pasta equivarrebbe a spingermi al suicidio.
Tu anche, non stai seguendo alcun regime ipocalorico, ma non hai il coraggio di ammetterlo. Sei ingrassata di nuovo, lo sai benissimo, ma continui a chiedermi come ti sta la tua nuova gonna con gli strass sulle tasche. Ti sta da cani. Gli strass sono segnalatori luccicanti del tuo inguardabile giro-vita. “Marisa, non mi chiedere quante calorie ci sono nel burro, nel salame e nel pane. Sono tante, lo sai. E si sommano a quelle che hai già introdotto. Se vuoi mangiare, mangia, ma non mi stressare.”(Sono acida come un’anoressica).
“Mi si è aperto il terzo chakra”mi rispondi, a bocca piena.
 
 

postato da: vieenblues alle ore 09:09 | link | commenti (3)
categorie: a ruota libera, donne du du du