Chi sono

Utente: vieenblues
Nome: Diana
Sono carina a corrente ed umori alternati. Mi trucco raramente; quando lo faccio, mi tocca correre ai ripari allo specchio dei cessi pubblici, rimediando sbafi di rossetto e mascara strofinati per sbaglio. La vitalità è tradita dalla capigliatura folta e dalla borsa piena di cose inutili. Lo sguardo sfugge il futuro e l’incontro: sembro stronza, ma sono solo timida. L’attesa mi consuma unghie rosicchiate all’osso e il sorriso involontario. La mia paura cammina su tacchi bassi perché non mi piace stare in bilico, ma inciampo spesso in ostacoli dimenticati . Ho le dita perennemente macchiate d'inchiostro

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giovedì, 29 maggio 2008

NON TI VOGLIO !

Ti sei insinuato in una crepa della mia volontà. Hai approfittato di una subdola smagliatura della mia coscienza, intrufolandoti in un sotterraneo desiderio di creatività e rivoluzione.

Sei foriero di cambiamenti al solo evocarti. E già mi gonfi il ventre, mi tendi il seno, mi allarghi la vita.

Non ti voglio. N O N   T I     V O G L I O  !

A lui l’ho detto tante volte, che non ti voglio. Lui dice di desiderarti, invece. E’ un’affermazione che non gli costa nulla. Una promessa di marinaio suggellata da una goccia di sperma. Perché questo gli costa, il volerti : una goccia di desiderio soddisfatto. In un attimo lungo come un orgasmo.

Nessun pericolo per la sua routine tranquilla. Nessuna minaccia per il suo lavoro. Nessuna limitazione della sua libertà (di muoversi, di decidere, di desiderare senza conseguenze).Nessuno sconvolgimento ormonale. Nessun gonfiore. Nessun mutamento visibile come una stria rubra sul suo addome.

Solo un’idea che si concretizza, al di là della sua volubilità. Lui può dimettersi dalla funzione di padre, semplicemente negando di averla mai assunta.

Io no.  E io non ti voglio! Non voglio parassiti dentro di me. Rivendico per me sola le mie emozioni e il mio nutrimento. Voglio tutto per me. E non voglio crescere. So che tu mi obbligheresti a farlo, e cosa ne avrei in cambio? La tua dipendenza. La tua dipendenza in cambio della mia libertà. Non è un baratto equo. E tu puoi capire ch’io lo rifiuti. E tu lo comprendi, perché sei già parte di me e il mio rifiuto è nel sangue, come un rigetto di un trapianto incompatibile.

Sei un corpo estraneo, che si è insediato sull’onda di un desiderio senza nome. Anzi, un nome ce l’aveva , il mio desiderio. Ma non era il tuo. E neppure quello di tuo padre. Era Andrea, quel nome, che invocavo facendo l’amore in notti senza stelle, cercando conforto nella luna.  E alla luna avrei chiesto il regalo di una maternità naturale.

Da Andrea l’avrei voluto un figlio, una copia tangibile del mio amore e delle sue fattezze incrociate alle mie. Ma lui, crudelmente, un figlio da me non lo voleva. E non voleva me, che reclamavo in quel modo il suo possesso. Quando ho cominciato a parlare di bimbi, di futuro, di progetti, Andrea mi ha lasciato. Spegnendo la mia voglia di avvenire. Uccidendo i miei sogni e il mio amore. Lasciandomi alla mia vita senza luce e senza entusiasmo, e alla prevedibilità di tuo padre.

Lasciata da Andrea, non ho avuto il coraggio della solitudine. Mi sono abbandonata a quella noia tranquilla, a quell’atarassia così rassicurante. Assenza di amore e di dolore. Ma non era ancora assenza totale di desideri. E in una notte di luna, tu hai trovato quella crepa nella mia volontà, e ti sei insinuato dentro di me.

Hai attecchito come un germe resistente e  prolifico, e hai iniziato a crescere, incurante di me e del mio utero ostile.

Non ti voglio. Mi senti? Non ti voglio. Mi indebolisci. Mi succhi energia. Mi alteri le percezioni, dilatandole in modo parossistico. Mi rubi pezzi di corpo, e brandelli di anima. Non ti voglio, sangue del mio sangue.

Abbandonami, in un flusso mestruale intempestivo ma  opportuno. Farò ogni cosa per liberarmi di te in modo spontaneo e naturale. Scoperò a più non posso, anche con tuo padre (mi piace l’idea di punirlo negandogli l’amore con il sesso). Andrò a cavallo, lanciando il mio baio in folli galoppate a briglia sciolta. Mi muoverò, ballerò, salterò come non ho mai fatto, io che sono un’icona della pigrizia soddisfatta e inerte….

Mi fa male averti dentro. Sento già un dolore in quel posto dove alberga il tuo essere ancora imperfetto. E’ un dolore localizzato ma diffuso, irradiato come l’orgasmo da cui hai preso vita. Lo sento contrarsi come uno spasmo, e dar luogo ad onde d’urto sempre più irruente e inarrestabili. Sangue del mio sangue, stai colando fra le mie cosce. Mi hai sentito, nella fibra delle tue poche cellule già consapevoli.

Ti avevo detto che non ti volevo. Ma non era vero, bambino mio.

 

N.d.A. “preventiva” . Questo pezzo NON è autobiografico. E’ un mio vecchio brano un po’ ideologico, ma gli sono affezionata. Molti vi hanno sentito echi della Fallaci, e questo mi dispiace (tra l’altro, per un’istintiva e datata antipatia, la Fallaci non l’ho mai letta).

Io non ho mai abortito, per fortuna. Ma ho voluto rappresentare l’ambivalenza di una scelta mai facile e personalissima.


postato da: vieenblues alle ore 11:38 | link | commenti (3)
categorie: a ruota libera, donne du du du
lunedì, 26 maggio 2008

Ho il pollice giallo (il mio travagliato rapporto con gli esseri viventi)

casacasino
Amo le piante. Più degli animali, ad essere sincera. Gli animali mi spaventano, le piante mi rasserenano.
La mia paura delle bestie è ancestrale come la mia paura della vita, ma credo che origini sostanzialmente dall’ignoranza. Sono cresciuta in città, e i miei contatti con gli animali sono stati sporadici e fortuitamente infelici.
Da bambina sono stata beccata dalle galline e morsa dai cani; da adulta sono stata graffiata dai gatti e disarcionata dai cavalli. Insomma, ho provato ad instaurare dei rapporti, ma senza convinzione, e sono stata rifiutata.
Ora fuggo appena vedo una bestia qualsiasi, anche un presunto animale “domestico”.
Sui bipedi a stazione eretta meglio sorvolare.
Le piante, apparentemente, creano meno problemi. Ti danno ossigeno da respirare, bellezza da guardare, verde per sperare. Crescono e soffrono, e gli manca solo la parola.
Un appartamento solitario e vuoto si ravviva d’incanto per la presenza di vegetali più o meno fioriti. Ma una pianta, in casa mia, è più di un complemento d’arredo: è una creatura vivace e ostinata, che combatte una silenziosa e strenua battaglia per la sopravvivenza.
Sì, perché io, nonostante il mio amore per le piante, ho il pollice giallo. Riesco a far morire di sete le piante grasse o di annegamento le felci.
Attualmente, dopo durissima selezione naturale, sono sopravissuti tre esemplari superresistenti.
Due potus  lasciano mestamente ricadere le loro tre foglie. Uno penzola sopra la mensola dove c’è il telefono, e io sono convinta che sia tenuto in vita dalle chiacchiere che ha modo di origliare con grande agio… L’altro vivacchia in precario equilibrio fra i contrastanti stimoli provenienti dalla luce che irradia dalla vicina finestra, e dal calore infernale che irradia dall’altrettanto vicino termosifone. (Ma era l’unico angolo della “sala” rimasto libero, non c’era scelta…).
L’altra pianta, di cui non so il nome, deve la sua persistenza in vita a poteri paranormali.
L’ho prelevata dall’appartamento di mio padre dopo la sua morte e si alimenta probabilmente dell’amore e del ricordo ch’io coltivo per il mio genitore, più che della luce, dei minerali e dell’acqua necessari.
C’è da dire che le tre superstiti al mio pollice giallo beneficiano, durante il periodo estivo, di un trattamento intensivo in rianimazione. Prima di partire per il mare, le porto da mia suocera, che le piazza in giardino in compagnia di consorelle in ottima salute. Lascio delle creature cachettiche e agonizzanti (mia suocera le accoglie con un urlo pieno di dolore misto a raccapriccio), e le ritrovo, dopo un mese, floride, per non dire obese…
Ora, alla fine dell’inverno in casa mia, sono tornate “magre” come mannequin degli anni 70.
In parte, credo che sia colpa del mio controverso rapporto con l’innaffiatoio: alterno settimane in cui le sommergo d’attenzione e acqua, innaffiandole tre volte al giorno, a settimane di siccità e disinteresse assoluti, in cui me le dimentico per giorni e giorni in un angolo buio…
La mia psiche instabile mi fa assumere con le piante gli stessi controproducenti comportamenti che riservo agli umani, ancorché amati: schizofrenica alternanza fra assillante affettuosa assiduità e abulico e misantropico isolamento. Questo, per intenderci, è il periodo dell’aridità sahariana, e non so dire quando arriverà un monsone e inizierà la stagione delle piogge. E’ tutto l’ecosistema ad essere sconvolto, e non ci sono più le mezze stagioni…

postato da: vieenblues alle ore 12:07 | link | commenti (3)
categorie: a ruota libera
venerdì, 23 maggio 2008

Sanguinoso epilogo

vasilij-kandinskij-tormento-interiore
“Ti sei sbagliata”.
“Oh sì: mi sono sbagliata…Su di te”.
“Smettila, dai. Che cazzo c’entro io?”
“Ah, hai una bella faccia tosta. Cazzo, se c’entri, tu. Il tuo maledetto cazzo è entrato, eccome. Non è stata immacolata concezione!”
“Ma figurati! Non è possibile. Per quattro scopate in croce…Mica abbiamo più vent’anni!”
“Appunto. A quaranta si parla di procreazione responsabile, non sono ammessi gli errori e le improvvisazioni. Mi pare di avertelo ben detto, che non prendevo la pillola. E tu a fare il romantico, a guardare la luna piena e a dirmi che ti sarebbe piaciuto un bambino con i miei occhi e i miei capelli…E io scema, che ti ho pure creduto!”
“Ma dai, lo sai che sono cose che si dicono, quelle.”
“ Sì, sono cose che si dicono. “ Ti amo”, “ Voglio vivere con te”, “Sei la mia metà della mela”. Sono cose che si dicono, a chi capita. Al fattorino che ti porta il giornale e all’idraulico che ti ripara lo scarico del lavandino. E io al fattorino e all’idraulico chiedo regolare fattura, per ogni figlio delle menzogne delle notti stellate.”
“Le menzogne delle notti stellate. Ma lo sai che sarebbe un bel titolo per un film?”
“Sì, un film dell’orrore. Con sanguinoso epilogo.La protagonista ammazza il bugiardo recidivo con venti coltellate. La polizia decreta che si è trattato di un delitto passionale.”
“Dai, non fare così. Io …non sono pronto.”
“ E che ti ci vuole per esserlo? Un buon lavoro? Ce l’hai. Una casa abbastanza grande? Non ti manca. Una compagna carina e intelligente? Ce l’hai anche questa, e non ti rendi conto della fortuna. L’età della ragione? Pure. Anzi, hai l’età, ma non la ragione.”
“Se trovi la forza di scherzare, vuol dire che non sei sicura. Di quanto è il ritardo?”
“Tredici giorni. Uno sproposito. Mai successa una cosa simile in venticinque anni di vita fertile” Enfatizzando la parola “fertile”, mi scappò una lacrimuccia, non sapevo se di rabbia o d’orgoglio.
“Da questo punto di vista, Giorgio, sono un orologio svizzero.”
“Hai detto bene: da questo punto di vista. Da tutti gli altri punti di vista sei come un autobus sudamericano.” Chissà perché, nel bel mezzo del dramma, mi scappava da ridere. Lui mi guardava tronfio di maschile irresponsabilità. Si dimetteva dall’incarico ancora prima dell’assunzione, e si permetteva pure il lusso di deridermi. Avevo voglia di sfregiare quella sua bella faccia da schiaffi. Bello, era bello. Speriamo che il bambino gli assomigli solo nel fisico, mi dissi .
Mi scappava la pipì. Mi scappa sempre la pipì, nei momenti cruciali. Abbandonai il campo a malincuore, per assecondare le mie necessità fisiologiche.
In bagno, contemplai a lungo la scia di sangue che si dissolveva sotto lo sciacquone. Eccolo, il sanguinoso epilogo. Del nostro - del mio!- bambino. Del nostro- del mio!- amore. Della nostra storia. Che strano: avrei dovuto essere sollevata, contenta. Invece non lo ero affatto. Ora sì che dovevo lasciare Giorgio.

postato da: vieenblues alle ore 09:36 | link | commenti (2)
categorie: racconti
mercoledì, 21 maggio 2008

Diversamente giovane

O’ scarrafone ha compiuto tredici anni. E mentre la sua voce inizia a fare quei buffi valzer fra tonalità da baritono e acuti da  contralto. E mentre i brufoli cominciano a devastargli l’angelico visino ancora imberbe. E mentre. Io non mi conto più le rughe e i menti (sì, i menti, al maschile, ché la mente è una sola e nemmeno tanto speciale) e attendo invano  le mestruazioni ma non sono incinta…

Alla devastazione fisica fa da contraltare un inesorabile declino cognitivo: vago per ore alla ricerca dell’auto che non ricordo di aver parcheggiato, rispondo (angosciata) al cordiale saluto di illustri sconosciuti, tento di prelevare i soldi col badge aziendale e di timbrare col bancomat…

Comunque è deciso. Io non sono vecchia, ma diversamente giovane.


postato da: vieenblues alle ore 17:16 | link | commenti (7)
categorie: a ruota libera
martedì, 13 maggio 2008

La vita in fumo

Il fastidioso pigolio del cicalino mi precipita da un gentile sogno ovattato a una realtà sgradevole come un incubo. Peccato, la guardia era stata finora insperatamente tranquilla, così tranquilla da farmi abbracciare Morfeo con grande trasporto. “Sono l’internista di guardia “ biascico nel telefono soffocando a stento uno sbadiglio, e non dico nemmeno il mio nome, all’ignoto infermiere di turno. Del resto, la mia identità non ha molta importanza: a lui importa solo ch’io sia un dottore, e che mi schiodi dal letto in caso di bisogno“ "Che c’è?”
“Dottoré , è la Maltagliati” Non lo sfiora il dubbio ch’io non conosca la Maltagliati. Non c’è nemmeno bisogno di dire diagnosi e sintomi contingenti. Ma io glieli domando lo stesso. Non mi piace dare nulla per scontato, neppure la Maltagliati. “ Qual è il problema?” chiedo, e cerco di mettere una nota di curiosità nella mia voce arrochita dal sonno.
“Solito, dottoré. Ha dolore e non dorme.”
“Non ha nessuna terapia al bisogno?” Domanda retorica. E infatti: “Già fatta, dottoré.”
“ Cosa?”
 Snocciola i farmaci propinati in una svogliata litania: “ Unafialadicontramal, untavordadueemezzo, quindicigoccedilaroxyl,unafialaditoradol, unneurontindatrecento…” “ Vado di talofen?” suggerisce, scazzato. Il Talofen non è esattamente un antidolorifico, ma una farmacologica botta in testa che l’infermiere di guardia ha voglia di assestare alla paziente impaziente, dolorante, insonne e scampanellante.
“Aspetti, vengo a vederla”. Infilo zoccoli e camice e sono già sveglia a sufficienza per maledire mentalmente la Maltagliati e la sua insonnia.
E mentre scendo in Diabetologia, luogo di degenza e di dolore per la Maltagliati, impreco anche contro i miei colleghi, che privano del sonno e della pace una paziente amputata di entrambe le gambe. Io la conosco un po’, la Maltagliati. La sua figura in carrozzina , sulla soglia del reparto, mi è famigliare quanto la medicheria o la macchinetta del caffé. La Maltagliati in ospedale si sta consumando la vita e le gambe, che le stanno tagliando un pezzetto per volta. Ha il diabete, mangia, beve e fuma. Basta questo a giustificare dolorose complicazioni? Basta , almeno, a spiegare la “cattiveria” della Maltagliati, una donna scostante e lamentosa, cui la malattia  ha indurito non  solo le arterie. Mi saluta dalla carrozzina; si sta accendendo l’ennesima sigaretta, proprio sotto al cartello “Divieto di fumo”. “ Non riesco a dormire”, mi dice, con la sua voce roca e triste.
“ Lo so. Son qui per questo.” Mi scappa un sorriso involontario (magari, vedendomi sorridere, s’innervosisce di più.). Invece no: mi tende il pacchetto di Malboro, in offerta muta.
Ammicco verso il cartello di divieto, scuotendo la testa.
 “ Sono già scappati i buoi dalla stalla, dottoressa. Mi lasci almeno l’ultimo piacere del condannato a morte.” E’ lucidamente sarcastica.
“ Non vedo nessun plotone d’esecuzione, se non quello che si sta allestendo col suo attivo contributo”. Mentre le faccio la morale, mi vergogno un po’. Sappiamo entrambe che ha ragione lei, fra noi due.
“Ho litigato con mia figlia. “ lo dice con tono di sfida, mi pare. Ha gli stessi occhi pungenti di mia madre. E anche la sua aggressività. E’ per questo che ho già detto all’infermiere di preparare una fiala di morfina. Vorrei sedare il dolore della Maltagliati, quello di sua figlia, il mio, quello di mia madre. Vorrei sedare il dolore del mondo. Se la gente sapesse le reali motivazioni delle mie scelte terapeutiche…Mi avrebbero già radiato dall’ordine dei medici. Ma non so se basta la morfina, in questo caso.
“Perché ha litigato con sua figlia?”.
“ “Non mi vuole più a casa, la stronza”.
“ Non ci credo” mi esce di getto, come un’ autodifesa accorata. L’ho vista spesso, la figlia. Stesso sguardo  triste, stessi modi bruschi. Ma ne ho indovinato le lacrime. Deve essere  disperata, annientata da questa madre ostinatamente autodistruttiva. (Nel frattempo è arrivato l’infermiere; di soppiatto, come un ladro, le ha scoperto un braccio e iniettato sottocute la fialetta magica).
“ Sarà stanca, sua figlia. Non dev’essere facile vivere con lei.” Proseguo la mia debole difesa d’ufficio delle figlie oppresse da madri ingombranti.
“ No, è stanca perché lavora troppo ed è stressata, non per colpa mia. E’ancora precaria, a quarant’anni, e non ce la fa ad arrivare a fine mese. Se non ci fosse la mia pensione d’invalidità, col cavolo che riuscirebbe a tirare avanti.”
 “ E lei pensa che sia colpa sua?”
“ Ovvio che no.” Ride, amaro.” E’ colpa della barbara società.”
“ Immagino che lei si sia guardata bene dal compatirla”.
“Certo che non lo faccio. Se no si lascia andare, ed è la fine. Ma lei è forte, sa? E’ una lottatrice nata. Anche con me. Le do del filo da torcere, ma mi tiene testa. “ La voce assume una tonalità   d’orgoglio che la figlia non avrà mai il bene di sentire. Chissà: magari anche mia madre parla bene di me, in mia assenza.
“ Mi sta venendo sonno. Sto meglio” Uno sbadiglio impudico sottolinea l’affermazione. Santa morfina!
“ L’accompagno a letto, allora”. Spingo la carrozzina della Maltagliati, incurante delle tacite proteste dell’infermiere, che è sbucato, sollecito, dalla medicheria, per darmi manforte.
La guardo saltare dalla carrozzina al letto con agilità insospettata, facendo forza sui suoi arti non dimezzati.
“ Dottoressa…”
“Sì?”
“Le posso chiedere un ultimo favore?”
“ Mi dica”
“ Me la dà una grattatina al piede?” . Il piede non c’è più, ma lo sente ancora. Sindrome dell’arto fantasma, dicono i sacri testi. Le do un’energica strofinata al moncone.
“Grazie”
“ Grazie a lei” : sono sincera.
 
 
 
 
 
 

postato da: vieenblues alle ore 13:07 | link | commenti (7)
categorie: racconti, corsiademergenza
lunedì, 12 maggio 2008

Censura

Premesso che mi sono persa Travaglio sia nel corpo a corpo con Sgarbi sia nel tu per tu con Fazio, penso che non dovrebbe scusarsi Fazio di aver fatto parlare Travaglio, ma Schifani per essere un mafioso… E se anche Schifani fosse una limpida ed ottima persona, le scuse postume di Fazio  (su “sollecitazione” del direttore generale della Rai)   puzzano terribilmente di censura.

postato da: vieenblues alle ore 12:06 | link | commenti (1)
categorie: a ruota libera
mercoledì, 07 maggio 2008

Ho nostalgia di me

A 16 anni
Ho nostalgia di me
del mio afferrare il vento
del mio andar per mare
senza saper nuotare.
Ho nostalgia di me
del mio sguardo innocente
      delle mie braccia aperte
      dei miei fianchi stretti
      ignari dell’amore,
      e dei suoi pesi.
      Ho nostalgia di me
      del mio riso negli occhi
      del mio corpo abbandonato
      alle carezze d’ un amante ardente
      che chiamavo Futuro.

postato da: vieenblues alle ore 10:56 | link | commenti (6)
categorie: poesie, amarcord