Chi sono

Utente: vieenblues
Nome: Diana
Sono carina a corrente ed umori alternati. Mi trucco raramente; quando lo faccio, mi tocca correre ai ripari allo specchio dei cessi pubblici, rimediando sbafi di rossetto e mascara strofinati per sbaglio. La vitalità è tradita dalla capigliatura folta e dalla borsa piena di cose inutili. Lo sguardo sfugge il futuro e l’incontro: sembro stronza, ma sono solo timida. L’attesa mi consuma unghie rosicchiate all’osso e il sorriso involontario. La mia paura cammina su tacchi bassi perché non mi piace stare in bilico, ma inciampo spesso in ostacoli dimenticati . Ho le dita perennemente macchiate d'inchiostro

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giovedì, 28 agosto 2008

Non parlo mai di te

Non parlo mai di te
Non si scioglie il silenzio
È come una pietra sul tuo ricordo che urla
Non parlo mai di te
E a chi mi chiede rispondo
che sono figlia unica,
lo sono sempre stata
Non si parla di un suicida
Perché si ha paura di assomigliargli
E io so che almeno in questo e non negli occhi
Sono uguale a te
In quel tuo disperato desiderio di vita,
di vita vera
 
E tu sei sempre quella, quella di sempre
Eternamente giovane e incazzata
Inchiodata al tuo ultimo gesto
Che non annulla ma assomma tutto,
tutte le azioni e i sentimenti che hai speso
per le tue illusioni
 
Non parlo mai di te
Non si parla di un suicida
Un suicida è un amante tradito
dalla vita che troppo ha amato
e ha sfregiato l’indifferenza col Nulla.
E il peso è anche mio
che resto, con la pietra del silenzio
a soffocare l’urlo,
mentre seguo i tuoi passi
sul ciglio del burrone
e quella pietra serve
a non cadere e a non volare.
 
Non parlo mai di te
Non cado e non volo.

postato da: vieenblues alle ore 16:03 | link | commenti (4)
categorie: a ruota libera
sabato, 23 agosto 2008

Tipi da spiaggia - Vendetta d'amore

 

Il contrasto - di colori, movenze, corporatura- è così stridente da farti chiedere se sono davvero una coppia. Il fatto che camminino uno accanto all’altra sulla passatoia di legno fra gli ombrelloni, spingendo a turno un passeggino con un bambino biondo, pare un misero indizio di vita in comune.

Lei sembra una madonna di Rubens, con carni bianche e abbondanti, cosce e seno opulenti, d’altri tempi.

Lui è magro ed esile, scuro di pelle e di sguardi. I muscoli guizzanti denunciano un’abitudine al lavoro fisico che sembra mancare alla compagna. Ha mani nodose ed eloquio rapido. Gesticola in modo comicamente enfatico, sottolineando coi gesti concitati un probabile dissidio con la paciosa consorte (che siano sposati l’ho dedotto dai cerchietti d’oro agli anulari che rilucono al sole e dall’apparente ineluttabilità di quel loro camminare appaiati fino all’ombrellone ).

Lei ha un curioso ed antiquato costume premaman, guarnito da una specie di sipario ornato di vezzosi volant in corrispondenza dell’ombelico. Si adagia sulla sdraio incurante delle rimostranze coniugali, solleva la tendina di stoffa come una ribaltina, per esporre impudicamente il pancione lattiginoso al sole. Si accarezza il ventre con aria sognante, increspando le labbra in un broncio inaspettatamente sensuale. Lui adagia un asciugamano e  il putto biondo al centro esatto  dell’ombra, poi si allontana come uno che non vorrebbe mai più tornare, a passi rancorosi e definitivi.

 

 

Non me ne importa nulla. Incazzati, strepita pure. Fatti divorare dalle tue nevrosi. Vuoi andare in barca ? Vuoi andare a fare l’immersione ? Vacci! Vuoi andare affanculo? Vacci! Io ho forza e noncuranza raddoppiate, e non posso che rallegrarmene. Prima la tua indifferenza per me e Michelino mi offendeva , lasciava graffi sanguinanti sulla pelle.

Dici che vuoi riprenderti i tuoi spazi di libertà. Sono io la tua prigione? Lo è tuo figlio?

Dov’era la tua dignità e la tua indipendenza, quando mi hai corteggiato per mero interesse?

Ero la figlia del capo, e ti sei infilato in me non appena hai intravisto la possibilità di introdurti in ambienti a te estranei. Sono stata la tua Green Card per l’America. Michelino il tuo visto sul passaporto.  Mio padre non te lo voleva rilasciare, ma io t’amavo, e ti ho voluto sposare contro ogni logica.

Dopo, è stato subito chiaro che non ci volevi. Hai smesso di guardarmi come un uomo guarda una donna. E ho cominciato a vedermi anch’io coi tuoi occhi privi di desiderio e d’affetto. Ma avevo Michelino, e mi bastava. Avevo imparato a farmelo bastare.  Io nutrivo lui, e lui nutriva me, col suo prezioso bisogno. Il mio corpo si era trasformato per lui. Il mio seno, un tempo adolescenziale e scarno- una seconda scarsa-  aveva assunto proporzioni giunoniche.  Mi piaceva guardare il bimbo succhiare con forza dai capezzoli trascurati dal desiderio coniugale. Ne provavo un piacere intimo e sensuale, di cui avvertivo vagamente il significato sostitutivo, ma senza alcun senso di colpa.

Un giorno di fine settembre, mentre allattavo, sono stata sorpresa durante quel rito consolatorio. La porta di casa era rimasta socchiusa, per dare il sollievo di una provvidenziale corrente d’aria a una giornata afosa. Il postino ha scostato la porta senza bussare, per consegnarmi una raccomandata. Me lo sono trovato  davanti all’improvviso, come ipnotizzato, lo sguardo fisso sulle mie mammelle turgide offerte alla voracità di Michelino. Senza una parola si è avvicinato, si è messo in ginocchio ,  e ha preso  a succhiarmi il capezzolo libero, mentre mio figlio continuava la poppata sull’altro lato. Osservavo stupefatta le due teste accostate, i due bambini. Poi il bambino grande, sempre in silenzio, ha iniziato  ad accarezzarmi, con estenuante lentezza, con un movimento circolare e concentrico, dal seno al grembo, seguendone i profili arrotondati, fino a digradare con estrema naturalezza sotto l’inguine. Michelino, stanco per la lunga poppata, si era addormentato emettendo un piccolo  gorgoglio di soddisfazione. L’uomo lo ha  deposto con delicatezza nella culla vicino alla mia poltrona, poi ha continuato a succhiarmi avido in mezzo alle cosce. Mi sentivo, offerta a quel desiderio senza fine, dolce e morbida come una caramella mou.

L’ho lasciato entrare dentro di me, grata perché aveva voluto farlo e ancor più perché non mi aveva chiesto il permesso.

Sono sicura che questo nuovo arrotondamento del mio ventre è frutto di quel languore settembrino meritato come un’inaspettata carezza. Quella carezza che tu,  mio marito,  mi neghi da oltre un anno. Ma che vuoi che m’importi? E’ l’amore la mia vendetta….


postato da: vieenblues alle ore 12:57 | link | commenti (4)
categorie: racconti, donne du du du, tipi da spiaggia
martedì, 12 agosto 2008

Tipi da spiaggia- La strana coppia

monet_soleil-levantLui – brizzolato, denti e punta delle dita ingialliti dalla nicotina - ha un’età indefinibile : le rughe direbbero sessanta, lo sguardo vivace quarantacinque. Le accarezza un braccio senza sosta e le sussurra parole all’orecchio. Sembra affettuoso e pressante.

Lei avrà vent’anni di meno, ma le manca la morbidezza compromissoria dell’età matura. Ha lineamenti e modi spigolosi. I capelli biondi sono raccolti in una coda di cavallo alta sulla nuca. Sorseggia il suo aperitivo alla frutta e guarda il mare. Lui non sembra far parte del suo panorama.

D’improvviso, lui infrange la barriera dello spazio fra i loro corpi e dell’apparente alterigia di lei: accosta le labbra alle sue, e per un lungo istante la testa grigia si sovrappone alla testa bionda.

Lei non ha modificato di un millimetro la posizione del corpo; non mi accorgo dalle sue braccia e dal suo busto rigido se sta rispondendo a quel bacio. Nell’avviarmi al bancone del bar per il mio quotidiano caffè, mi si offre la strana coppia in visione frontale.

L’immobilità della donna, estesa dal viso alle gambe, è impressionante. Non ho mai visto nessuno baciare in un modo più indifferente. Un’attrice di film porno ci avrebbe messo più passione.

 

Mi sa che sei frigida, ragazza mia . Ecco perché sei qui da sola. Sennò non si spiega. Bella, sei bella. Fisicamente, non hai proprio niente che non va. Mi piacciono soprattutto le tue gambe. Chilometriche e affusolate. Che cosa cazzo stai  guardando? Dai, smollati. Sì, bevi il tuo aperitivo. Lo so che lo volevi analcolico, ma ad un mio cenno il cameriere compiacente ha trasformato il succo di frutta in un Bellini. Cosa sei venuta a fare in un posto come questo, se non volevi rimorchiare? Io Tarzan, tu Jane. C’è anche il mare, dai. E il tramonto rosa arancio. Lo sfondo romantico necessario a mascherare una voglia nuda e cruda di sesso…

 

Non so perché lo sto lasciando fare. Forse perché è scontato che sia così. O sono troppo pigra per rigirare la scena al secondo ciack. Il bacio era previsto dal copione, come l’offerta dell’aperitivo e la chiacchierata inconsistente in riva al mare.Non so nemmeno se lui mi piace o no. In fondo non ha alcuna importanza, per me. Basta una pelle qualunque, per scacciare l’odore di un’altra pelle. La vacanza, finora, mi ha regalato un po’ di benessere fisico, ma non mi è servita a guarire le ferite dell’anima.Il sole mi ha dipinto questo colore  dorato sul corpo, il mare mi ha accarezzato con le sue onde fresche. Ma negli occhi c’è ancora lui, che mi dice “Ti lascio, non ti amo più.” Domani saranno finite queste vacanze, in  cui ho sperato di assentarmi da me stessa e dalla mia nostalgia.E tu baciami, fammi scordare di lui. Domani partiremo , torneremo alle nostre case e ai nostri dolori. E anche tu ti dimenticherai della tua facile ed inutile conquista.

 

 


postato da: vieenblues alle ore 17:39 | link | commenti (5)
categorie: racconti, tipi da spiaggia
mercoledì, 06 agosto 2008

Di un cocente abbandono

Non ti dirò di un cocente abbandono

 

di un addio consumato in vuota attesa

 

di silenzi singhiozzati nel frastuono operoso

 

di tacchi usurati, di orecchini spaiati

 

 

 

 

 

Non ti dirò dell’allegria incosciente

 

 

 

degli impudenti abbracci

 

 

 

della sincerità ignara

 

 

 

dei miei sogni imbrattati

 

 

 

dal colore della realtà

 

 

 

 

 

 

 

Ti parlerà la mia vita

 

 

 

se vorrai guardarla

 

 

 

cogli occhi ciechi del cuore

 

 

 


postato da: vieenblues alle ore 17:15 | link | commenti (6)
categorie: poesie