“Fighting for peace is like fucking for virginity” (letta sul muro di un cesso pubblico inglese)
… E mi pare che qui ci si fotta, alla grande. A volte credo che nel giorno della Memoria bisognerebbe commemorare anche l’Olocausto di Sabra e Chatila. E’ incredibile come le vittime possano trasformarsi in carnefici senza alcuna coscienza. Un popolo che ha subito l’orrore del genocidio perpetra lo stesso identico delitto su un altro popolo, in una catena infinita di vendetta ed infelicità collettiva.
Può darsi che io abbia una visione troppo semplicistica della realtà. Ho sempre avuto un’idiosincrasia per lo studio della Storia. Mi sembra così inutile! Caino e Abele, Giacobbe e Esaù, Romolo e Remo: la vicenda è sempre quella, fratelli che si scannano per futili motivi.
Sulla questione israelo-palestinese mi capita di rinnovare questi pensieri un po’ infantili ed ignoranti.
Mi torna in mente un mio affascinante compagno di università, un bello e impossibile con gli occhi neri e il suo sapor mediorientale. Lo frequentai con insipiente curiosità credendolo a lungo magrebino: aveva la carnagione olivastra, mangiava cibi speziati e parlava un idioma natio che alle mie orecchie suonava arabo. Invece era israeliano, e quando scoprì che lo credevo marocchino s’incazzò da morire, inalberando un orgoglio sionista per me incomprensibile.
Io non so se quella terra troverà mai pace, però i popoli che se la contendono mi sembrano così simili, così fratelli…

Il libro è ancora sul comodino, fra quelli indigeriti. Sono arrivata a metà e l’ho mollato, indecisa se attribuirne la colpa a me , e al mio contingente disinteresse per le cose della vita, o a lui, Ammaniti, di cui tutto si può dire di solito, men che sia noioso.
E però dopo aver visto il film propendo per la seconda ipotesi, la colpa di Ammaniti.
Perché il film di Salvatores è proprio bello, di quelli che meritano una poltrona di cinema ai cui braccioli aggrapparsi, e un’amica di fianco che come te sospira e urla e impreca e quasi piange.
Emozionante, ecco. E’ un film teso e commovente. Salvatores ha preso la storia di Ammaniti e l’ha prosciugata, depurandola dai personaggi e dai dettagli inutili, focalizzandola su sentimenti e paesaggi essenziali (un Friuli surreale e squallido, metafora di solitudine e conflitto fra natura e bruttezza suburbana).
E’ un film coraggioso, che fotografa con spietata nitidezza la realtà così spesso assente dalle opere contemporanee veloci e patinate. I personaggi sono brutti sporchi e cattivi (ma non troppo), gli scoiattoli escono a sorpresa da fronde d’alberi riarsi e rinsecchiti, il lavoro non c’è o è interinale e pericoloso (Quattro Formaggi è rimasto letteralmente fulminato dopo un infortunio sul lavoro), gli uomini scopano o più spesso si fanno seghe con braccia artificiali davanti a video porno, gli I pod mandano sempre la stessa ossessiva canzone.
E’ indovinata e felice la commistione di mondo contingente e scelta di archetipi , che danno efficacia al mix narrativo. Il figlio, il padre e l’amico di Salvatores (impersonati da attori intensi e straordinariamente “in parte” , l’adolescente Alvaro Caleca , l’orso buono Filippo Timi, l’attonito Elio Germano) sono rivestiti di panni modernamente stracciati, ma sembrano personaggi shakespiriani di grandiosa tragicità.
Bene, ed ora penso che ritenterò col libro, con più voglia di prima.