Mi accorsi all’improvviso di non essere più innamorata di F. un giorno a Lisbona, con repentina e lancinante chiarezza.
Vidi una coppia di giovani baciarsi su una panchina e non mi intenerii. Avevo travalicato il confine della solidarietà per affondare di colpo nell’invidia. Riconoscevo con dolorosa intensità la trasfusione d’amore che si perpetuava attraverso quelle bocche (l’identificazione con la ragazza era così facile da farmi sentire una contiguità fisica ed emozionante col ragazzo che si abbeverava dalle sue labbra), eppure la sentivo così irrimediabilmente perduta da generare in me sentimenti cattivi di vecchia. Solo pochi mesi prima erano il mio profilo e quello di F. ad accostarsi e a procurare scandalo su una panchina milanese.
A Lisbona c’ero andata – pensavo- proprio per guarire dalla saudade. Curiosa questa faccenda della nostalgia: tutti dicono che Lisbona la fa venire, ma a me la tolse. Una città allegra e vitale, fatiscente ma vitale, marcescente ma vitale, brulicante e disordinata, bianca e nera, opulenta e mendicante, proprio come mi sentivo io.
E il portoghese era una buffa metafora di quella solenne fregatura che è l’amore: così famigliare e così indecifrabile ad un tempo, un’illusione continua di riconoscimento e la subitanea delusione dell’incomprensione.
