Chi sono

Utente: vieenblues
Nome: Diana
Sono carina a corrente ed umori alternati. Mi trucco raramente; quando lo faccio, mi tocca correre ai ripari allo specchio dei cessi pubblici, rimediando sbafi di rossetto e mascara strofinati per sbaglio. La vitalità è tradita dalla capigliatura folta e dalla borsa piena di cose inutili. Lo sguardo sfugge il futuro e l’incontro: sembro stronza, ma sono solo timida. L’attesa mi consuma unghie rosicchiate all’osso e il sorriso involontario. La mia paura cammina su tacchi bassi perché non mi piace stare in bilico, ma inciampo spesso in ostacoli dimenticati . Ho le dita perennemente macchiate d'inchiostro

Partecipano

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte
lunedì, 24 novembre 2008

Via Di Vittorio

Vivevamo in un minuscolo appartamento all’ottavo piano di un alto palazzone; il tetto era a ridosso del cielo, solcato da grossi uccelli rumorosi diretti a Linate.

Dalla finestra vedevamo il palazzone gemello del nostro - un parallelepipedo di mattoni rossi crivellato di balconi brulicanti di bambini, biciclette e bottiglie- e la ferrovia, su cui correvano i treni per il Sud.

Affacciate al davanzale io e mia sorella- i nasi schiacciati contro i vetri- ammiravamo per ore la vita che scorreva davanti a noi.

C’erano gli antennisti, spericolati trapezisti sui tetti: come al circo aspettavamo con ansia un inciampo, una caduta.

Le sorelle Parente, con cui inscenavamo complicate pantomime speculari da una finestra all’altra, erano al sesto piano di fronte, e avevano la nostra stessa gradazione di età, parentela e rivalità.

Il portinaio spazzava  stancamente il cortile davanti alla guardiola e i ragazzini gli mulinavano attorno con allegra ferocia, facendo a gara per scompigliargli i mucchi di rumenta faticosamente raccolta.

La domenica mattina la casa rimaneva immersa a lungo in rituali di calda oziosità.

Io leggevo a letto fino a consumarmi gli occhi, alla luce caliginosa che filtrava appena dalle tapparelle ancora pigramente abbassate.

Sandra, al piano di sotto del nostro letto a castello, cantilenava per ore filastrocche senza senso, più per un invincibile desiderio di  disturbo che per vero soggettivo piacere.

Dalla camera dei miei giungeva il rumore cadenzato della testiera del lettone contro il muro; solo da adulta riconobbi tardivamente quell’indizio di sesso coniugale mestamente tranquillo, trafugato alla routine feriale e alle inevitabili intrusioni filiali.

Quando decidevo di porre termine alla mia evasione libresca, scendevo silenziosamente la scaletta del letto a castello, e mi avventavo di sorpresa sulla sagoma avvolta fra le coperte del piano inferiore; mi fingevo ora ladra ora assassina, e Sandra gridava come un’aquila, come da copione.

A volte la trovavo nascosta in una tenda da indiani che fabbricava con le lenzuola agganciandole alla rete del letto sovrastante; Sandra vi si accucciava come una squaw e mi accoglieva con un frasario punteggiato di augh e di verbi all’infinito. Io la torturavo come un cowboy crudele, immobilizzandole le mani e facendole il solletico fino allo sfinimento.

 

 

Anni dopo- avevamo traslocato in un appartamento di metratura e freddezza infinitamente più grandi- mi capitò spesso di pensare a quel  nascondiglio infantile di Sandra.

La nostra stanza – quindici metriquadri di vita domestica che pensavo mi appartenesse in esclusiva per sempre- venne violata dagli onori della cronaca, come teatro del sequestro Boroli. (Negli anni settanta erano di gran moda i sequestri di persona).

Nella nostra cameretta - chissà, forse nello stesso pertugio di Sandra- venne tenuta segregata una facoltosa donna incinta, scarcerata dietro liberazione di un riscatto miliardario. Ma la banda di malviventi venne ritrovata facilmente, proprio grazie a quel nascondiglio facile da scoprire come in un gioco infantile. La polizia aveva cercato e identificato agevolmente una casa vicina a una linea ferroviaria e a un aeroporto, fidandosi del racconto della donna rapita, che aveva  ascoltato la stessa  colonna sonora che aveva scandito  la nostra infanzia.

 


postato da: vieenblues alle ore 08:24 | link | commenti (2)
categorie: bambini, amarcord
mercoledì, 27 febbraio 2008

Il cerchio (racconto orribilmente autobiografico)

Daniela era una bambina di aspetto normale. Né bassa, né alta, né magra, né grassa; aveva occhi castani e capelli en pendant, raccolti in una coda di cavallo legata da un elastico con le perline.
Sua madre la vestiva con cura ma senza eccessi leziosi o sportivi.
Daniela era dolce e tranquilla, con qualche accesso di esuberanza fisica perfettamente connaturata alla sua età . Aveva nove anni, ma le sembravano sempre troppi o troppo pochi. Anzi, troppo pochi e basta. Avrebbe voluto essere già cresciuta. Quando sua mamma usciva per la spesa, correva ad aprire l’armadio e si metteva le scarpe col tacco alto , il vestito lungo coi fiorellini piccoli e la collana di perle. Rimirandosi allo specchio si trovava proprio affascinante, e intratteneva lunghi dialoghi con un immaginario principe azzurro che la corteggiava, animandosi di vita propria accanto alla sua immagine riflessa.
Altre volte si convinceva di essere una grande ricercatrice di laboratorio, alla sua prima rivoluzionaria scoperta. Le stavano dando il Nobel, e lei ringraziava con grandi inchini.
La fantasia correva libera e felice, ma Daniela era tormentata da una realtà difficile.
 “ Che età spensierata! Goditela, finché puoi!” le dicevano gli adulti, sospirando.
A lei la sua età non sembrava spensierata proprio per niente.
Se qualcuno le avesse chiesto qual era il problema che più la assillava, Daniela avrebbe fornito una risposta davvero spiazzante: “il gioco”.
Giocare era una faccenda tutt’altro che semplice, per Daniela.
Se la questione poteva essere risolta fra le quattro mura di casa,  se la cavava perfettamente.
Era un genio dello svago solitario: componeva puzzle in tempi record, sapeva infilare collanine colorate , costruire castelli coi Lego , creare capolavori michelangioleschi col Pongo.
I guai iniziavano fuori casa, quando si avventurava nella faticosa condivisione dei suoi impulsi ludici con il gruppo di ragazzini che popolava il cortile condominiale.
La popolazione infantile era organizzata in bande scalmanate e feroci, sottoposte a ferree regole gerarchiche di appartenenza. Per Daniela non c’era verso di intrufolarsi in nessun gruppo.
Buona parte delle bambine giocavano con le bambole. Stavano ore e ore a pettinarle , vestirle, svestirle, cullarle, sporcarle, pulirle. E poi “ Signora che cosa fa da mangiare per cena? “ “ Ho letto una buona ricetta, la voglio provare.” “ Mi dia un chilo e mezzo di zucchine. E otto etti di fagioli. “ Cinquecento lire, prego. “ Che noia mortale! Nessuna di quelle mamme miniaturizzate lavorava fuori casa. Quando Daniela parlava del suo esperimento da Nobel, la guardavano con commiserazione e tornavano ad occuparsi di spese e pannolini.
Non era andata meglio con la banda dei bussolotti. Daniela si era avvicinata al gruppo con la sua cerbottana, ed era stata bersagliata da una gragnuola di proiettili di carta con l’anima di acuminati spilli. L’avevano colpita con feroce precisione sulle gambe nude.
Una volta Daniela aveva fatto perfino un tentativo con il calcio. Approfittando di un’ insperata disparità numerica fra le due squadre in campo, si era fatta avanti.
“Non vogliamo femmine! Sciò!” ma poi l’avevano messa in porta, che nessuno ci voleva stare.
Dopo il sesto gol che aveva attraversato i suoi pali, Daniela era stata estromessa con indicibile furore, della sua squadra e del giocatore in esubero che, a turno, avevano costretto a star fuori dal gioco.
Ma un giorno la fortuna sembrò improvvisamente arriderle. Un gruppo di ragazzini si era radunato attorno a Marco, che sollevava una sfera colorata come un trofeo. “Torneo ad eliminazione di pallavolo! Si gioca in cerchio. Chi fa cadere la palla esce dal gioco!” dettò le regole con gioiosa autorevolezza. “Daniela vuoi giocare anche tu? Dai, vieni!”. Daniela non poteva credere alle proprie orecchie. Era la prima volta che qualcuno la invitava in un gioco di gruppo.
Finalmente anche lei era nel cerchio.
La palla disegnava geometrie nell’aria, rimbalzando giocosamente di mano in mano.
Rideva, Daniela, rideva felice. Le scappava la pipì, ma non voleva lasciare la postazione così faticosamente conquistata in quel cerchio magico. Strinse le cosce, e si adoperò a respingere la palla a mani unite, senza farla cadere.
Marco faceva lo spiritoso, fra una respinta e l’altra. Faceva boccacce buffissime, così tutti ridevano e perdevano la concentrazione sulla palla. Era irresistibile.
A Daniela doleva la pancia. Una risata la colse di sorpresa, facendole pressione sulla vescica piena. Sentì, con crescente orrore, un rivolo di pipì colarle inesorabilmente lungo le cosce, e raccogliersi in un umiliante lago giallognolo ai suoi piedi.
 “Daniela!” Tutti la fissavano: il centro del cerchio era diventato quella pozza di paglierina ignominia. Sentì il proprio riso tramutarsi subitaneamente in un pianto di vergogna. Per lei era finita.

postato da: vieenblues alle ore 15:47 | link | commenti (2)
categorie: racconti, bambini
martedì, 12 febbraio 2008

Abbiamo preso la pagella

“Quel cappello ti sta malissimo”
“ Non è un cappello, ma un basco e poi spiegami cosa non va”
“ Non c’entra un cazzo col giubbotto da motociclista”
“ Come no, il basco col giubbotto di pelle ci sta da Dio”
“ Ti ricordi della pagella?”
“ Certo che sì. Ah, ho capito: non vuoi che venga a parlare coi professori vestita così. Facciamo che mi metto il cappello-basco in tasca quando vado dalla Perfetti. Ok?”
“ Ecco, brava. Grazie.”
Perfetti di nome e di fatto: l’unica insegnante della carriera scolastica di Diego di cui mio figlio tema davvero il giudizio. Inflessibile su virgole, accenti e figure retoriche. Insegna italiano alla scuola media, ma impartisce rudimenti di grammatica che sono estremamente utili anche a me. Ma non lo ammetterò mai – con Diego e con lei- nemmeno sotto tortura.
Con la Perfetti mi sono scornata su una questione- diciamo così- di principio. Ammetto ch’ero un po’ prevenuta, perché ha il maledetto vizio di apostrofarmi col cognome del mio ex marito anche se sa benissimo che siamo separati. Che ci vuole a usare un generico “signora”, invece di calcare sul cognome? La Perfetti dev’essere, insieme a Ratzinger- l’ultima paladina della famiglia cristiana che non c’è. So che ha indagato non troppo discretamente su un’eventuale ascendenza ebraica di mio figlio, che- orrore!- passa l’ora di religione in compagnia degli altri extracomunitari di classe sua (tre cinesi e due magrebini, da cui Diego apprende le parolacce fondamentali in cinese ed arabo).
Ma –ne sono fiera- la grossa querelle con la Perfetti si è scatenata su Salinger.
La Perfetti ha chiesto a Diego cosa stava leggendo, e quello ha risposto “Il giovane Holden” (glielo avevo dato io, per interrompere la catena monotematica fantasy nelle letture di mio figlio).
“ Non mi sembra una lettura adatta a te, Diego.”ha detto la Perfetti, con aria di riprovazione.
Quando Diego me lo ha riferito, mi è montato il sangue alla testa. Primo: guai a chi mi tocca Salinger. Secondo: che cazzo ha di riprovevole il buon Holden? Parla come un adolescente americano degli anni 50 – cioè castissimo- , non fuma, non si impasticca, non scopa e non si fa nemmeno le seghe. Giuro che non so cosa abbia da ridire la Perfetti su Salinger. E’ già una grazia del Cielo avere un dodicenne che legge con piacere e tu lo scoraggi? Ho preso la penna, mi sono fatta dare il diario e alla Perfetti gliene ho dette quattro. Le ho scritto, in sostanza,che apprezzavo molto il suo lavoro ma non gradivo ingerenze sui miei metodi educativi. Giuro che gliel’ho scritto con un giro di parole degno della curia romana, ma lei ha capito benissimo. Diego mi ha detto che quando ha letto il diario è diventata paonazza e si è incazzata come una furia. Risultato: Diego ha mollato lì “Il giovane Holden” e diventa una gelatina tremolante quando devo andare a parlare con la Perfetti. Ora c’è la pagella: so già che mio figlio ha preso ottimo, ma io mi cucco l’insufficienza. Fanculo, Perfetti.

postato da: vieenblues alle ore 12:38 | link | commenti (4)
categorie: bambini, leggere, a ruota libera
giovedì, 24 gennaio 2008

Alice tornava da scuola

Alice tornava da scuola saltellando, con l’allegra baldanza dei suoi nove anni. Aveva preso “bravissima” nel dettato. L’ultima pagina del suo quaderno era indenne dalle correzioni della maestra. Nemmeno un segno blu: la mamma sarebbe stata contenta.
Alice avanzava a grandi balzi, assorta nel suo gioco preferito. Saltava a tre a tre i quadrotti del lastrico del marciapiede, canterellando formule magiche e propiziatorie.
Se tre righe salterai,
ciò che vuoi tu avrai.
Era riuscita a saltare bene. Le sarebbe piaciuto mangiare la pasta al forno, a pranzo. Alice andava matta per la pasta al forno.
Uno due tre,
il mio amore pensa a me.
Persichetti pensava a lei. Persichetti Roberto: primo banco a sinistra, vicino alla lavagna. Oggi le aveva tirato la coda di cavallo, ma poi, per farsi perdonare, le aveva offerto un po’ della sua merendina.
Un’alfetta rossa rallentò, affiancando la bambina sul marciapiede.
“Ehi tu. Ehi, bambina dico a te. “ Alice si voltò verso il richiamo per rispondere. Quando un grande ti chiede qualcosa, devi sempre rispondere, Alice. Alice non voleva esser maleducata .
Vide l’auto lunga, dalla carrozzeria lucente. Dentro c’era un signore biondo molto distinto, vestito con un completo azzurro. Sul sedile accanto a lui c’era una cartella simile a quella di Alice, ma nera e senza tracolla.
“Scusa, mi sai dire dov’è via Mascagni? Se mi ci accompagni ti do un passaggio fino a casa in macchina.” Il signore si toccò in mezzo alle gambe, mentre parlava con Alice. Via Mascagni. Era vicina, forse al prossimo isolato. Alice era confusa. Non sapeva cosa rispondere a quel signore tanto gentile.
“Mi hai sentito nani? “ L’aveva chiamata “nani”, quel signore. Come la zia Cristina. Anche il panettiere la chiamava sempre “nani”. “Vuoi le solite michette, nani? “ e le porgeva il sacco con le michette fragranti, appena uscite dal forno.
Il signore dell’alfetta doveva avere un gran prurito. Si stava grattando ancora i pantaloni in mezzo alle gambe, mentre le parlava. “ Allora, nani, dov’è via Mascagni? Dai, sali in macchina.” Le aprì lo sportello dell’auto, spostò la cartella nera sul sedile posteriore, facendole segno di accomodarsi accanto a lui.
Alice era al culmine dell’imbarazzo. Non riusciva proprio a ricordarsi dove fosse la via Mascagni.
Arrossì e mormorò con un filo di voce “Mi dispiace, ma non mi ricordo proprio dov’è quella via. E poi sono arrivata a casa .” Si avvicinò al citofono del palazzone dove abitava e premette un pulsante. L’auto rossa ripartì in un rombo rabbioso.
 
Un profumo di pasta al forno le assalì le narici, entrando in casa.
“Mamma.”
“Che c’è cara? “ aveva colto la nota ansiosa nella sua voce, con sfumatura di senso di colpa.
“Oggi tornando da scuola mi è successa una cosa brutta.”
“Cosa? “
“Un signore mi ha chiesto la strada per via Mascagni, ma non sono stata proprio capace di indicargliela.”

postato da: vieenblues alle ore 12:38 | link | commenti (3)
categorie: racconti, bambini