Chi sono

Utente: vieenblues
Nome: Diana
Sono carina a corrente ed umori alternati. Mi trucco raramente; quando lo faccio, mi tocca correre ai ripari allo specchio dei cessi pubblici, rimediando sbafi di rossetto e mascara strofinati per sbaglio. La vitalità è tradita dalla capigliatura folta e dalla borsa piena di cose inutili. Lo sguardo sfugge il futuro e l’incontro: sembro stronza, ma sono solo timida. L’attesa mi consuma unghie rosicchiate all’osso e il sorriso involontario. La mia paura cammina su tacchi bassi perché non mi piace stare in bilico, ma inciampo spesso in ostacoli dimenticati . Ho le dita perennemente macchiate d'inchiostro

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martedì, 06 ottobre 2009

Gli errori rimediabili

in versione lavorativa“Dottoressa!” Sono al supermercato, e trascino stancamente il carrello assorta nei miei pensieri. Il richiamo non mi riscuote. Quando sono senza camice, cesso di essere un medico. Cercate di non star male nei miei paraggi, fuori dall’ospedale, perché io non vi soccorro a meno che non siate in punto di morte e non ci sia proprio nessun altro collega nei pressi.

“Dottoressa!Dottoressa Meraviglia!” Ahia. Questo mi conosce. Che vorrà da me? Chissà cosa ho combinato. Imprimo un’improvvisa accelerazione al carrello, inseguita dalla mia bruciante coda di paglia.

Nessuno di noi camici bianchi convive serenamente coi suoi errori.

Il fatto è che se sbaglia un mio amico bancario non tornano i conti, mentre se sbaglio io qualcuno muore, o sta molto male.

“ Dottoressa Meraviglia!” Mi tende le braccia, e la sua espressione è decisamente amichevole. Ma chi diavolo è?

“ Dottoressa, sono il Signor Fraschini. Si ricorda di me?”.

Ecco, ora ricordo. Il Signor Fraschini ha rischiato di rientrare a pieno titolo nell’albo dei miei errori irrimediabili.

Della sua faccia mi rammento a malapena, e questo non depone a mio favore. Nel  mio mestiere bisognerebbe guardarle tutte con attenzione, le facce, e scolpirsene i particolari nella mente. Il mio professore di semeiotica medica diceva che metà diagnosi si fa raccogliendo l’anamnesi e l’altra metà guardando la faccia dei pazienti.

Ma quando è arrivato il Signor Fraschini in Pronto Soccorso, io ero probabilmente stanca, o forse solo svogliata, e la faccia non gliel’ho guardata tanto bene. Insomma, oggi, che è passato un po’ di tempo, non me la ricordavo affatto. Lui però si ricorda di me: mi sorride apertamente e accenna perfino un abbraccio che non riesco a schivare. Siamo in un luogo pubblico, io sono senza camice e ho un sessantenne appeso al collo. Un imbarazzo piacevole, che scaccia le nuvole della  mia coscienza sporca.

Il Signor Fraschini è arrivato in PS una notte con un gran mal di testa. L’obiettività era negativa (ma perché poi si chiama “obiettivo” un esame che risente pesantemente della soggettività dell’esaminatore?). Comunque, l’esaminatore, nella fattispecie, ero io; svogliatamente l’avevo visitato, provato i riflessi, la pressione, la mobilità nucale, le solite cose. E sembrava tutto a posto, tutto nella norma. Gli stavo già preparando il foglio di dimissione, dominata dal desiderio di tornare a sonnecchiare nello stanzino del medico di guardia, quando improvvisamente mi è caduto lo sguardo sulle sue mani.  Ecco, le mani del Sig. Fraschini me le ricordo bene. Erano mani ruvide , piene di tagli e callosità. Mani di lavoratore. Mi è venuta in mente una poesia che avevo studiato alle elementari. Il titolo era “Le mani dell’operaio”, e grondava una certa retorica populista. Ricordo che chiudeva così , descrivendo le mani “nere, stanche e pesanti”: “così sono le mani dei santi.” Il Sig. Fraschini aveva, appunto, mani di santo, o di operaio. Fatto sta che ho pensato che uno con mani così non è certo uno che si lamenta per un nonnulla. Uno così doveva soffrire davvero molto, per andare nel cuor della notte in PS. Allora, contro le procedure (obiettività ed esami di routine negativi, dimettere), gli ho fatto fare una TAC. C’era un’emorragia cerebrale in corso: salvato in extremis!

Guardo il mio omicidiocolposomancatoperunpelo e sorrido anch’io, al Sig. Fraschini. E chi se la scorda più la sua faccia?

 


postato da: vieenblues alle ore 16:08 | link | commenti (4)
categorie: racconti, corsiademergenza
domenica, 29 marzo 2009

Il vero dramma per i vivi

La vecchia è al capolinea, ormai: il respiro si è trasformato in un ansito debole e senza speranza, i lineamenti sono affilati e gli occhi guardano già un panorama visibile a lei sola.

Intorno al capezzale le si affanna una donna di mezza età, che la colma di premure inutili e ansiose: le aggiusta coperte e cuscini, le rinfresca la fronte febbrile, le tiene la mano disegnata da una ragnatela di vene azzurre .

 Mi avvicino al luogo del commiato mentre la donna più giovane tenta invano di imboccare quella più anziana. Mi  viene in mente una di quelle stupide frasi fatte: l’ultimo pasto del condannato a morte.

Non la sforzi a mangiare, se non se la sente” dico all’ansiosa (che non è la malata, ma chi l’accudisce), e accenno alla flebo che penzola dalla piantana . “E’ sufficiente quella, a darle il nutrimento che serve.”

La vecchia ha già le pupille aperte sul Paradiso, o su un altro Inferno, chissà.

L’altra donna fissa il suo sguardo interrogativo nel mio, a cercare rassicurazioni che non posso darle.

E infatti morirà dopo solo un’ora, la vecchia, avverando la prognosi.

Al suo letto l’altra donna si scioglie in un pianto  convulso. Tento di consolarla: “ Non si preoccupi;  è morta serenamente , la sua mamma.” (Lo dico e lo penso davvero: so di non aver risparmiato sulla morfina).

Lacrimosa, la superstite scuote la testa. “Io no figlia. Io badante ”e riprende il suo pianto torrenziale.

La disoccupazione: ecco il vero dramma per i vivi.

 


postato da: vieenblues alle ore 16:28 | link | commenti (3)
categorie: a ruota libera, corsiademergenza
martedì, 20 gennaio 2009

Medice cura te ipsum

georgeclooneyDomani mi metto a dieta” spergiura Dario il bello guardandosi la pancia che tende i bottoni del camice, mentre si serve di un piatto di pizzoccheri che colano formaggio, burro fuso e colesterolo a volontà.

“Seee… e domani smetti pure di fumare” rimbrotto il Dottor Dario Colucci – una versione mediterranea e sovrappeso di Clooney –mentre assumo con aria ugualmente colpevole la mia overdose di letali calorie. Siamo in mensa, all’ora in cui i pazienti sofferenti cedono il passo ai nostri  buoni propositi morenti.

Dario il bello fa il playboy e- a tempo perso- il cardiologo. Predica bene e razzola malissimo: mentre magnifica ai suoi pazienti l’ importanza di uno stile di vita sano, si abbandona in segreto a Bacco, tabacco e Venere; fra l’altro, credo che quella erotica sia l’unica attività fisica che lo impegni davvero; per il resto è un vero gatto mammone, pigro e indolente.

L’incoerenza fra teoria e pratica lo accomuna ad altri colleghi: Enrico il dietologo pesa centoventi chili, Carlo il pneumologo fuma come un turco e Franco l’epatologo è un noto alcolista. Naturalmente, quest’accolita di stimati professionisti ostenta inflessibilità e specchiate virtù quando si tratta di indottrinare pazienti recalcitranti ed ostinatamente affezionati alle proprie pessime abitudini…

“Mio padre sì che dovrebbe smettere di fumare, ma non ne vuole sapere. Deve già fare un’altra angioplastica.” Ecco, come volevasi dimostrare: talis pater….Dario continua ad aggiornarmi  sulle patologie cardiovascolari di famiglia fra una forchettata e l’altra di pizzoccheri. Me lo ricordo, il padre di Dario. Un tipo distintissimo, con gli stessi occhi scuri e i riccetti del figlio, ma bianchi.

Quando ha fatto la prima angioplastica coronarica, era ricoverato su uno dei miei letti.

Dario, superansioso, me l’aveva affidato con mille raccomandazioni ed io avevo pregato mentalmente che andasse tutto bene: i parenti dei medici, di solito, sono colpiti dalla vendetta trasversale di malattie complicate o inguaribili.

Il papà di Dario se l’era cavata con una temporanea minisfiga: nessuna complicazione vascolare, ma solo una ritenzione urinaria acuta che mi aveva costretto a cateterizzarlo con qualche imbarazzo. Chissà perché, per la proprietà transitiva, mi sembrava di infierire in una fantasia sado-maso sui genitali esterni di Dario il bello…Mentre cerco di reprimere i miei pensieri licenziosi annegandoli in un lago di formaggio fuso, ci raggiunge, impetuosa e visibilmente furiosa, Elena, la fidanzata in carica di Dario. E’ un chirurgo estetico, ed è fisicamente perfetta, in onore alla sua specializzazione. Caratterialmente, invece, ha qualche pecca; io non ci trascorrerei insieme neppure mezzora, ma si sa che i maschi non badano a queste cose. Comunque Dario le ha fatto l’affronto di scendere in mensa senza chiamarla, a quanto pare, ed Elena è incazzata come una iena. Con lui e con me, rea di consumare la pausa mensa col suo bello. Mi ricordo improvvisamente di avere un’urgenza che mi attende in reparto, e mi defilo elegantemente, lasciando i due fidanzati a lanciarsi contumelie e molliche di pane.

 

 

La guardia è turbolenta. Il cicalino pigola incessantemente da quando è iniziato il turno, e io trotto affannata da un reparto all’altro. Un po’ di scale su e giù non possono che giovare alla mia linea, mi dico  in un fallimentare tentativo di  autoconsolazione: so già che lo stress mi indurrà a consumare una gratificante porzione di torta con la panna, annullando il modico effetto della ginnastica aerobica cui  mi sta obbligando la corvée lavorativa.

Quando alle tre sto per adagiarmi –stremata - sulla branda dello studio per trovare un po’ di riposo, squilla il telefono. E’il PS. “Dottoressa, c’è un infarto da mandare in Unità Coronarica. Può venire a refertare  l’ECG e a controllare la terapia?”

“ Perché non chiama il cardiologo di turno? Sono sfin…” Controllo  il tabellone dei medici di guardia. E’ Dario. “ Chiami il Dott. Colussi”, abbaio sgarbata nella cornetta.

 “Non posso” fa l’ignoto infermiere di pronto soccorso.

“ Come non può?”

“ E’ il Dott. Colussi, l’infarto da inviare in UCC”

“Cosa?”

“ Il Dott. Colussi è il paziente. Venga, che non sta messo tanto bene”

Volo giù dalle scale a quattro gradini alla volta. Sulla porta del PS c’è Elena, il bel viso contratto da una maschera d’ansia. “Ah, meno male che ci sei tu”. Incredibile, la mia presenza le procura sollievo.

“Che è successo?”

“ E’ una testa dura, lo sai” scuote il capo. “ Non si faceva convincere neppure a fare l’ECG. Sto bene, adesso passa, diceva. Sai, gli ho telefonato a mezzanotte per dargli la buonanotte e fargli gli auguri di buona guardia, è un nostro rito. L’ho sentito strano e gli ho chiesto cosa aveva, e lui parlava di indigestione. Per fortuna mi è suonato un campanello d’allarme e sono passata a trovarlo. Era tutto sudato e freddo, un infarto da manuale. E ‘sto pirla non voleva nemmeno fare il prelievo per gli enzimi, adesso mi faccio un plasil e mi passa, diceva. Guarda che schifo di tracciato.” Elena mi passa l’ECG del suo cardiologo. Ha ragione lei: fa schifo.

Entro da Dario e gli sorrido. “ Sembri un paziente vero” gli dico : ha  tutti gli elettrodi attaccati al torace, la flebo che va e la faccia pallida da malato.

Lui tenta di rispondere col suo sorriso da Clooney de noantri.  “Domani smetto di fumare, lo giuro.”

 

 

 


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categorie: racconti, a ruota libera, corsiademergenza
martedì, 13 maggio 2008

La vita in fumo

Il fastidioso pigolio del cicalino mi precipita da un gentile sogno ovattato a una realtà sgradevole come un incubo. Peccato, la guardia era stata finora insperatamente tranquilla, così tranquilla da farmi abbracciare Morfeo con grande trasporto. “Sono l’internista di guardia “ biascico nel telefono soffocando a stento uno sbadiglio, e non dico nemmeno il mio nome, all’ignoto infermiere di turno. Del resto, la mia identità non ha molta importanza: a lui importa solo ch’io sia un dottore, e che mi schiodi dal letto in caso di bisogno“ "Che c’è?”
“Dottoré , è la Maltagliati” Non lo sfiora il dubbio ch’io non conosca la Maltagliati. Non c’è nemmeno bisogno di dire diagnosi e sintomi contingenti. Ma io glieli domando lo stesso. Non mi piace dare nulla per scontato, neppure la Maltagliati. “ Qual è il problema?” chiedo, e cerco di mettere una nota di curiosità nella mia voce arrochita dal sonno.
“Solito, dottoré. Ha dolore e non dorme.”
“Non ha nessuna terapia al bisogno?” Domanda retorica. E infatti: “Già fatta, dottoré.”
“ Cosa?”
 Snocciola i farmaci propinati in una svogliata litania: “ Unafialadicontramal, untavordadueemezzo, quindicigoccedilaroxyl,unafialaditoradol, unneurontindatrecento…” “ Vado di talofen?” suggerisce, scazzato. Il Talofen non è esattamente un antidolorifico, ma una farmacologica botta in testa che l’infermiere di guardia ha voglia di assestare alla paziente impaziente, dolorante, insonne e scampanellante.
“Aspetti, vengo a vederla”. Infilo zoccoli e camice e sono già sveglia a sufficienza per maledire mentalmente la Maltagliati e la sua insonnia.
E mentre scendo in Diabetologia, luogo di degenza e di dolore per la Maltagliati, impreco anche contro i miei colleghi, che privano del sonno e della pace una paziente amputata di entrambe le gambe. Io la conosco un po’, la Maltagliati. La sua figura in carrozzina , sulla soglia del reparto, mi è famigliare quanto la medicheria o la macchinetta del caffé. La Maltagliati in ospedale si sta consumando la vita e le gambe, che le stanno tagliando un pezzetto per volta. Ha il diabete, mangia, beve e fuma. Basta questo a giustificare dolorose complicazioni? Basta , almeno, a spiegare la “cattiveria” della Maltagliati, una donna scostante e lamentosa, cui la malattia  ha indurito non  solo le arterie. Mi saluta dalla carrozzina; si sta accendendo l’ennesima sigaretta, proprio sotto al cartello “Divieto di fumo”. “ Non riesco a dormire”, mi dice, con la sua voce roca e triste.
“ Lo so. Son qui per questo.” Mi scappa un sorriso involontario (magari, vedendomi sorridere, s’innervosisce di più.). Invece no: mi tende il pacchetto di Malboro, in offerta muta.
Ammicco verso il cartello di divieto, scuotendo la testa.
 “ Sono già scappati i buoi dalla stalla, dottoressa. Mi lasci almeno l’ultimo piacere del condannato a morte.” E’ lucidamente sarcastica.
“ Non vedo nessun plotone d’esecuzione, se non quello che si sta allestendo col suo attivo contributo”. Mentre le faccio la morale, mi vergogno un po’. Sappiamo entrambe che ha ragione lei, fra noi due.
“Ho litigato con mia figlia. “ lo dice con tono di sfida, mi pare. Ha gli stessi occhi pungenti di mia madre. E anche la sua aggressività. E’ per questo che ho già detto all’infermiere di preparare una fiala di morfina. Vorrei sedare il dolore della Maltagliati, quello di sua figlia, il mio, quello di mia madre. Vorrei sedare il dolore del mondo. Se la gente sapesse le reali motivazioni delle mie scelte terapeutiche…Mi avrebbero già radiato dall’ordine dei medici. Ma non so se basta la morfina, in questo caso.
“Perché ha litigato con sua figlia?”.
“ “Non mi vuole più a casa, la stronza”.
“ Non ci credo” mi esce di getto, come un’ autodifesa accorata. L’ho vista spesso, la figlia. Stesso sguardo  triste, stessi modi bruschi. Ma ne ho indovinato le lacrime. Deve essere  disperata, annientata da questa madre ostinatamente autodistruttiva. (Nel frattempo è arrivato l’infermiere; di soppiatto, come un ladro, le ha scoperto un braccio e iniettato sottocute la fialetta magica).
“ Sarà stanca, sua figlia. Non dev’essere facile vivere con lei.” Proseguo la mia debole difesa d’ufficio delle figlie oppresse da madri ingombranti.
“ No, è stanca perché lavora troppo ed è stressata, non per colpa mia. E’ancora precaria, a quarant’anni, e non ce la fa ad arrivare a fine mese. Se non ci fosse la mia pensione d’invalidità, col cavolo che riuscirebbe a tirare avanti.”
 “ E lei pensa che sia colpa sua?”
“ Ovvio che no.” Ride, amaro.” E’ colpa della barbara società.”
“ Immagino che lei si sia guardata bene dal compatirla”.
“Certo che non lo faccio. Se no si lascia andare, ed è la fine. Ma lei è forte, sa? E’ una lottatrice nata. Anche con me. Le do del filo da torcere, ma mi tiene testa. “ La voce assume una tonalità   d’orgoglio che la figlia non avrà mai il bene di sentire. Chissà: magari anche mia madre parla bene di me, in mia assenza.
“ Mi sta venendo sonno. Sto meglio” Uno sbadiglio impudico sottolinea l’affermazione. Santa morfina!
“ L’accompagno a letto, allora”. Spingo la carrozzina della Maltagliati, incurante delle tacite proteste dell’infermiere, che è sbucato, sollecito, dalla medicheria, per darmi manforte.
La guardo saltare dalla carrozzina al letto con agilità insospettata, facendo forza sui suoi arti non dimezzati.
“ Dottoressa…”
“Sì?”
“Le posso chiedere un ultimo favore?”
“ Mi dica”
“ Me la dà una grattatina al piede?” . Il piede non c’è più, ma lo sente ancora. Sindrome dell’arto fantasma, dicono i sacri testi. Le do un’energica strofinata al moncone.
“Grazie”
“ Grazie a lei” : sono sincera.
 
 
 
 
 
 

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categorie: racconti, corsiademergenza
martedì, 18 marzo 2008

Pensieri a briglia sciolta su nascita e morte

kubrick2001[1]
Ciò che segue l’ho scritto qualche anno fa, ma lo ripubblico perché è ciò che penso anche oggi, (anche se forse lo direi con parole diverse) e credo di non poter lasciare il mio blog orfano di qualche divagazione esistenzialista; inoltre è un piccolo omaggio a un mio amico buddista.
 
Io faccio il medico perché sono ipocondriaca, e perché ho sempre avuto una fottuta paura della morte.
Morire mi secca parecchio, anche se non sempre la mia vita mi piace o sono soddisfatta della piega che ha preso, nonostante gli immani sforzi per indirizzarla dove voglio io.
Sono convinta che la vita ci serve a prepararci a morire, e mi domando se sarò pronta, quando sarà il momento.Ho i tempi lunghi, io.
Anche a nascere ci ho messo un casino. Ventitré ore, per la precisione. E’ stato un parto podalico, senza taglio cesareo. E la mia nascita, così scettica e timorosa, mi assomiglia molto. Ho messo prima giù un piede, come si fa al mare, per saggiare la temperatura dell’acqua. Subito dopo, probabilmente, ho avuto voglia di tornare dentro l’utero caldo di mia madre. Mi hanno strattonato fuori con forza, provocandomi la lussazione della spalla.
Mia madre dice che appena nata avevo occhi consapevoli e saggi. Su questo le credo, anche perché sono mamma anch’io.Lo sguardo di Diego appena nato non lo dimenticherò mai. Era pregno di una conoscenza profonda: sembrava lo sguardo di un vecchio.Chi dice che i neonati non vedono è un imbecille: loro, semmai, vedono di più, nonostante quel velo catarattoso che appanna le loro cornee.Guardate gli occhi di un bimbo di pochi giorni, il suo modo di accogliere il mondo circostante. E’ uno sguardo di riconoscimento, è la prova dell’esistenza di vite precedenti. Ha una consapevolezza che gradualmente si affievolisce, man mano che la cornea diventa limpida.
Vorrei avere ancora un bimbo piccolo fra le braccia per godermi di nuovo la sua cernita del mondo. Non è una vera meraviglia, ma un riprender possesso di nozioni antiche. Riscoprire i profumi, le luci, la musica.Sulla musica, poi, ci sarebbe tanto da dire. Ricordo che, quando Diego non dormiva, era sufficiente inserire nel lettore un CD che avevo ascoltato in gravidanza per farlo istantaneamente calmare. Come il bimbo di Sandra, che smetteva di piangere accendendo il phon: il rumore gli era familiare, perché Sandra si è sempre sistemata la frangia col phon, quotidianamente, anche quando era incinta.Non sono palle. Quando aspettavo Diego ascoltavo spesso la struggente colonna sonora di “Ghost”. A quattro anni, lui, sentendone la riproduzione, ha esclamato: “Bella, questa musica, mamma!L’ascoltavo quando ero nella tua pancia…”
Comunque le prove della ricchezza della vita intrauterina non le ho solo io.Ho letto un articolo sul “Lancet”, in proposito: ho il conforto della scienza.
Quello che mi manca è la bibliografia scientifica sulla questione delle vite passate. Lì siamo ancora indietro. Si sa poco, pochissimo. Si conosce poco perfino ciò che succede quando un uomo è vivo, il suo cuore batte e l’elettroencefalogramma non è ancora piatto. Il sonno, i coma: tutto viene etichettato semplicemente come “alterazione dello stato di coscienza”, e…morta lì.
Che diavolo succede nel sonno? Che mi frega di sapere che durante i sogni muoviamo rapidamente gli occhi?Voglio sapere come facciamo a costruirceli, i sogni. Perché a volte li ricordiamo e a volte no? Io non me li ricordo mai, per esempio. Ho il sospetto di non fare sogni, altroché.Tutto ciò che non ricordo mi sembra di non averlo mai vissuto. Ogni notte muoio, quindi. E ogni mattina rinasco. Infatti, ogni sera ho paura di addormentarmi. E non posso dormire in un letto se le lenzuola non sono state stirate a dovere. Le lenzuola ruvide mi danno il panico: comincia a mancarmi il respiro, e penso alla morte. Scherzando, affermo che in una vita precedente mi hanno strangolato nel letto. Mi ha strozzato un amante respinto, perché nella vita passata ero cattiva e lussuriosa. In questa, per contrappasso, sono casta e ho poca fortuna con gli uomini…
Il coma mi affascina, da sempre. Se rinasco faccio la neurologa e cerco di capirci qualcosa. “Dottoressa, non sente nulla, vero? Almeno non sente nulla, finalmente”: così mi hanno detto tante volte, sollevati, i parenti di un paziente comatoso. Il coma provvidenziale che arrivava all’ultimo giorno di una grave malattia, magari un cancro.Io annuivo: “No, non sente nulla”. Non ne sono affatto certa, che uno non senta nulla. Forse non prova più dolore. Forse. Però, nel dubbio, al cospetto di un moribondo mi guardo bene dall’esprimere giudizi netti, o dal parlarne senza rispetto. Perché lui è lì, e secondo me sente, eccome. Magari vede i parenti che cominciano a litigare per i suoi soldi. O gli infermieri che lo sbatacchiano già con poco riguardo, come un cadavere da vestire.
Papà è stato in coma tre giorni, prima di morire. Abbiamo parlato molto, in quei tre giorni. Gli tenevo le mani, che sono state caldissime e pulsanti fino all’ultimo. E lui mi ha detto tante cose: il suo rammarico di lasciarmi nei guai, il suo desiderio di abbracciare sua madre e Sandra, il suo affetto che non sarebbe morto.Ha aspettato tre giorni per darci il tempo di rassegnarci alla sua assenza. Lui era pronto, a morire. Non l’avrei mai detto, agnostico e cinico com’era, ma la morte lo ha colto preparatissimo. Quando sono tornata a casa sua, dopo che il suo cuore ha smesso di battere, ho trovato l’appartamento in ordine perfetto, i documenti ben archiviati.Il frigo era pieno di ogni ben di Dio. Aveva cucinato un sacco di manicaretti per invitare gli amici a cena. E l’abbiamo fatta, la cena. Dopo il funerale, senza di lui, abbiamo mangiato i buoni cibi che lui aveva preparato. E io lo ho visto ridere, a capotavola, mentre alzava il bicchiere in un brindisi…
A volte dal coma si svegliano. Ho raccolto i racconti di qualche miracolato, e sono tutti simili a ciò che ho letto ne “La vita oltre la vita”. Tunnel, luci, e tutto l’armamentario del paradiso. Naturalmente, siccome siamo in un paese cattolico, è un paradiso cattolico. E Padre Pio la fa da padrone. Un mio paziente pugliese ha rischiato la pelle per un intervento di by-pass coronarico gravato da mille complicazioni. Ha visto Padre Pio che discuteva, ai piedi del letto, con suo fratello, che è già nell’aldilà. Hanno contrattato un po’, poi il fratello del mio paziente gli ha sorriso e ha detto: “Non è ancora ora”.Il mio paziente, mentre Padre Pio e il fratello discutevano, ha fatto dannare l’anestesista che non riusciva a intubarlo.Il rianimatore lo ha riacciuffato per i capelli, dopo qualche minuto di arresto cardiorespiratorio, in perfetto stile ER. Naturalmente, il paziente non è riconoscente al medico che gli ha salvato la pelle, ma a Padre Pio.
Mio figlio Diego, invece, ha un tramite diretto con gli angeli. Ogni tanto, quando lo sento parlottare da solo e gli chiedo spiegazioni, mi risponde di essere a colloquio col suo angelo custode. Diego gli chiede di tutto, dall’influenza sui fenomeni meteorologici (una volta eravamo in autostrada sulla Milano-Bologna e Diego ha domandato e ottenuto la sparizione di una nebbia fittissima), alla risoluzione dei piccoli problemi quotidiani (come trovare parcheggio in centro, che richiede-effettivamente- una soluzione soprannaturale).Se la richiesta di aiuto angelico proviene da me e chiedo la mediazione di mio figlio, a volte devo sottostare a delle buffe limitazioni (“Mamma, oggi ha già lavorato tanto, lasciamolo riposare”).
L’angelo di Diego ha fatto gli straordinari appena ingaggiato.Ero tornata a casa dall’ospedale, col mio bimbo di tre giorni e due chili e ottocento grammi. Lo stavo allattando, e sperimentavo la teoria di Melanie Klein sul seno buono e sul seno cattivo. Diego si rifiutava, strillando, di ciucciare la mia mammella destra.Ad un tratto il suo urlo neonatale si è troncato di botto, ha avuto un arresto respiratorio. Mi sono trovata a fissare, istupidita, un cadaverino inerte e cianotico fra le mie braccia.Ho cominciato a scuoterlo, incredula: al posto del mio bimbo c’era un bambolotto senza vita, la mia carriera di madre finiva prima ancora di cominciare.Per un tempo incalcolabile ho avuto un déjà vu: la visione di mia sorella sul tavolo dell’obitorio di Niguarda. Poi, forse, ho trovato la forza di rianimare mio figlio. Più semplicemente, è intervenuto l’angelo.Ha salvato Diego e ha salvato anche me, che non avrei sopportato di perdere il bene più prezioso che avevo al mondo, e di aggiungere altri rimorsi al mio curriculum vitae.
 
 

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categorie: a ruota libera, corsiademergenza
venerdì, 29 febbraio 2008

Madama Butterfly

farfalla blu
C’è un’insolita eccitazione, oggi in reparto. Le porte scorrevoli dell’ascensore si sono richiuse dietro il resto del mondo, facendomi piombare in un’atmosfera da grandi occasioni.Vedo un viavai concitato. Incrocio in corridoio Cristina, che sta smontando il turno di notte. Sto per chiederle cos’è successo, quando le scopro il viso arrossato e rigato di lacrime. Corre a rifugiarsi in medicheria, per trovare un po’ di privacy per il proprio pianto.
C’è un capannello rumoroso di parenti di fronte alla stanza 23. E’ evidente che è morto qualcuno. Cazzo, Barbara. E’ morta Barbara.
E’ successo, infine. Troppo presto. O troppo tardi. Ha ventotto anni, Barbara. Aveva.
Barbara aveva la sclerodermia. Una malattia che le aveva indurito la pelle e aveva reso una corazza i suoi polmoni, il suo cuore, il suo esofago, il suo intestino.
Barbara respirava attaccata all’ossigeno e mangiava attraverso un tubo innestato nel suo addome. Era un mostro pieno di sonde e cateteri. Una volta era una bella ragazza. Una gran bella ragazza bionda, con dolci occhi azzurri innocenti. Gli stessi occhi di suo fratello Paolo, che la veniva a trovare in reparto, e che aveva fatto innamorare l’infermiera Cristina trafiggendola col suo sguardo color del mare.
Una volta Barbara mi ha fatto vedere una sua vecchia foto. “Questa ero io, prima di diventare brutta.” E ha sorriso. Con gli occhi, perché la bocca era già prigioniera del guscio immobile che le riduceva la faccia ad una maschera fissa e il corpo a un manichino ingessato.
Era sposata, Barbara. Ma il marito, quando si era ammalata, se l’era data a gambe. Non l’abbiamo mai visto, in reparto. Mai. Non c’è nemmeno adesso, ci scommetto. Tanto ora Barbara non l’avrebbe voluto.
Era molto dignitosa Barbara. Era fiera ed indomita. Non l’ho mai vista piangere, o scoraggiarsi. Dio sa se ne aveva motivo.
L’ho conosciuta quattro anni fa, quando la sua malattia non era ancora molto grave. Io facevo il tirocinio, e mi aggiravo per il reparto come un vampiro, cercando di imparare a fare i prelievi.
Renata, la caposala, mi aveva detto, in un impulso protettivo: “Lascia stare Barbara. Faccio io .” Ma Barbara, risoluta, l’aveva contraddetta. “ Vieni, vieni . Se impari a fare i prelievi a me, sei a cavallo. Ho la pelle più dura del marmo. E un’unica vena decente, qui sotto. “ Mi aveva offerto l’avambraccio con gesto di sfida. Ed io, tremando di paura, avevo infilato un butterfly sottile nell’unica venuzza della temeraria. Era andata bene, quella volta. Il coraggio di Barbara è sempre stato contagioso.
A casa ho un quadro che Barbara mi ha regalato, con tanto di dedica e firma. E’ una tela con delle enormi farfalle dai colori vivaci. L’ha dipinto coi piedi, quando le sue mani erano già aggredite violentemente dalla malattia: alcune falangi erano amputate e le dita erano irrigidite in una posa innaturale e inefficace. Così si era messa ad usare i piedi, parzialmente risparmiati dall’inabilità. Barbara ha sempre avuto una gran fantasia e dei bei colori nella mente. Credo che altrimenti le sarebbe stato impossibile vivere nelle condizioni crudeli che il destino le aveva riservato.
Tutta la rabbia e la fragilità cui aveva diritto Barbara, se le sono prese i suoi famigliari.
Sua madre piangeva in continuazione, lamentandosi della ria sorte che l’aveva resa una donna sola, abbandonata dal marito, con una figlia malata. Sono certa che, in qualche modo, ritenesse responsabile Barbara di quell’abbandono e della sparizione del genero. Barbara non ne aveva mai parlato, ma io leggevo nei suoi occhi il dolore e la delusione, quando sua madre ci offriva lo spettacolo della sua debolezza.
Paolo, il fratello, era pieno di diffidenza rancorosa. Noi medici non capivamo un tubo. Le cure non servivano a niente. Sua sorella peggiorava a vista d’occhio, e noi la riempivamo solo di assurde speranze. Fate qualcosa, cazzo. Studiate, salvatela. Chissà com’è arrabbiato, oggi, Paolo. E non c’è nemmeno Barbara che possa calmarlo. Perché lei sola era in grado di consolare la madre e rincuorare il fratello.
Barbara si era accorta subito che Cristina aveva un debole per Paolo. Le premure dell’infermiera si intensificavano quando suo fratello era nei paraggi del suo letto d’ospedale. E Paolo era debole, e bisognoso d’affetto e di sostegno. Non so quando si sono innamorati. Ma la prima volta devono essersi baciati furtivamente durante una delle innumerevoli nottate che Paolo aveva passato vegliando il corpo malato di sua sorella. E stanotte , quando Barbara se n’è andata, c’era Cristina, di turno. E Paolo era lì. L’ha lasciato in buone mani. Il suo cuore era indurito fuori, ma tenero come burro dentro.
Mi piace pensarla mentre finalmente vola, libera come le sue farfalle.
 farfalla

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mercoledì, 16 gennaio 2008

Il sorriso di Caronte

A volte penso che fosse scritto nel mio destino, questo mio diventare un Caronte trasgressivo, che accompagna le anime fuori dall’inferno. Perché - qualunque sia il non luogo dove approderemo- non vi è dubbio che l’inferno è qui, è ora. La cosa buffa è che sto diventando maestra degli addii. Proprio io, che non so tollerare le separazioni, insegno agli altri ad accomiatarsi. Vado dai parenti dei malati moribondi e li sollecito a comunicare senza le parole, di cui sempre più riconosco l’inutilità. Bastano le mani, a raccontare rancori dissolti e sentimenti mai sopiti, a spiegare la difficoltà a lasciarsi e a rivelare la conquista della comprensione profonda.
Ho imparato che la rassegnazione è un processo attivo, che arriva al termine di una lotta strenua col nostro orgoglio di finti onnipotenti.
Osservo chi muore e cerco di carpire i segreti di quella lotta , che più di ogni altra rivela la vera essenza di ogni persona. Chissà se al mio turno imprecherò e suderò rabbia, o giungerò le mani in una fede improvvisata; chissà se sarò lucida e saggia (non credo) o allegramente incosciente. Forse sarò – ancora una volta- livida e atterrita ; chiamerò mia madre invano, di sicuro. Invece vorrei imitare il sorriso generoso di un malato a sua sorella; il suo corpo soffriva enormemente, ma lui ha preservato la propria anima candida negli occhi e sulle labbra e ha fatto il regalo delle ultime sue forze spremendole in quell’indicibile sorriso.
Guardare la morte serve ad imparare a vivere, forse. So che non c’è nulla di più importante dell’amore, quello vero, quello che è generoso e incurante di essere ricambiato, e proprio per questo vincit omnia e ricambiato lo è sempre, anche se da persone sempre diverse da quelle cui è stato regalato. Cercherò di sorridere. Promesso.

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