“Dottoressa!” Sono al supermercato, e trascino stancamente il carrello assorta nei miei pensieri. Il richiamo non mi riscuote. Quando sono senza camice, cesso di essere un medico. Cercate di non star male nei miei paraggi, fuori dall’ospedale, perché io non vi soccorro a meno che non siate in punto di morte e non ci sia proprio nessun altro collega nei pressi.
“Dottoressa!Dottoressa Meraviglia!” Ahia. Questo mi conosce. Che vorrà da me? Chissà cosa ho combinato. Imprimo un’improvvisa accelerazione al carrello, inseguita dalla mia bruciante coda di paglia.
Nessuno di noi camici bianchi convive serenamente coi suoi errori.
Il fatto è che se sbaglia un mio amico bancario non tornano i conti, mentre se sbaglio io qualcuno muore, o sta molto male.
“ Dottoressa Meraviglia!” Mi tende le braccia, e la sua espressione è decisamente amichevole. Ma chi diavolo è?
“ Dottoressa, sono il Signor Fraschini. Si ricorda di me?”.
Ecco, ora ricordo. Il Signor Fraschini ha rischiato di rientrare a pieno titolo nell’albo dei miei errori irrimediabili.
Della sua faccia mi rammento a malapena, e questo non depone a mio favore. Nel mio mestiere bisognerebbe guardarle tutte con attenzione, le facce, e scolpirsene i particolari nella mente. Il mio professore di semeiotica medica diceva che metà diagnosi si fa raccogliendo l’anamnesi e l’altra metà guardando la faccia dei pazienti.
Ma quando è arrivato il Signor Fraschini in Pronto Soccorso, io ero probabilmente stanca, o forse solo svogliata, e la faccia non gliel’ho guardata tanto bene. Insomma, oggi, che è passato un po’ di tempo, non me la ricordavo affatto. Lui però si ricorda di me: mi sorride apertamente e accenna perfino un abbraccio che non riesco a schivare. Siamo in un luogo pubblico, io sono senza camice e ho un sessantenne appeso al collo. Un imbarazzo piacevole, che scaccia le nuvole della mia coscienza sporca.
Il Signor Fraschini è arrivato in PS una notte con un gran mal di testa. L’obiettività era negativa (ma perché poi si chiama “obiettivo” un esame che risente pesantemente della soggettività dell’esaminatore?). Comunque, l’esaminatore, nella fattispecie, ero io; svogliatamente l’avevo visitato, provato i riflessi, la pressione, la mobilità nucale, le solite cose. E sembrava tutto a posto, tutto nella norma. Gli stavo già preparando il foglio di dimissione, dominata dal desiderio di tornare a sonnecchiare nello stanzino del medico di guardia, quando improvvisamente mi è caduto lo sguardo sulle sue mani. Ecco, le mani del Sig. Fraschini me le ricordo bene. Erano mani ruvide , piene di tagli e callosità. Mani di lavoratore. Mi è venuta in mente una poesia che avevo studiato alle elementari. Il titolo era “Le mani dell’operaio”, e grondava una certa retorica populista. Ricordo che chiudeva così , descrivendo le mani “nere, stanche e pesanti”: “così sono le mani dei santi.” Il Sig. Fraschini aveva, appunto, mani di santo, o di operaio. Fatto sta che ho pensato che uno con mani così non è certo uno che si lamenta per un nonnulla. Uno così doveva soffrire davvero molto, per andare nel cuor della notte in PS. Allora, contro le procedure (obiettività ed esami di routine negativi, dimettere), gli ho fatto fare una TAC. C’era un’emorragia cerebrale in corso: salvato in extremis!
Guardo il mio omicidiocolposomancatoperunpelo e sorrido anch’io, al Sig. Fraschini. E chi se la scorda più la sua faccia?
Sono tornata in libertà, ma non sono felice. Il mio tempo è rimasto incolore, senza ritmo. Il giorno e la notte si assomigliano. Non c’è musica che mi conforti, ma solo un fastidioso rumore di fondo, la traccia miserabile e molesta delle vite altrui. Vedo ancora grate alla mia finestra. La prigionia è stata così lunga da diventare abitudine.
“Domani mi metto a dieta” spergiura Dario il bello guardandosi la pancia che tende i bottoni del camice, mentre si serve di un piatto di pizzoccheri che colano formaggio, burro fuso e colesterolo a volontà.
“Seee… e domani smetti pure di fumare” rimbrotto il Dottor Dario Colucci – una versione mediterranea e sovrappeso di Clooney –mentre assumo con aria ugualmente colpevole la mia overdose di letali calorie. Siamo in mensa, all’ora in cui i pazienti sofferenti cedono il passo ai nostri buoni propositi morenti.
Dario il bello fa il playboy e- a tempo perso- il cardiologo. Predica bene e razzola malissimo: mentre magnifica ai suoi pazienti l’ importanza di uno stile di vita sano, si abbandona in segreto a Bacco, tabacco e Venere; fra l’altro, credo che quella erotica sia l’unica attività fisica che lo impegni davvero; per il resto è un vero gatto mammone, pigro e indolente.
L’incoerenza fra teoria e pratica lo accomuna ad altri colleghi: Enrico il dietologo pesa centoventi chili, Carlo il pneumologo fuma come un turco e Franco l’epatologo è un noto alcolista. Naturalmente, quest’accolita di stimati professionisti ostenta inflessibilità e specchiate virtù quando si tratta di indottrinare pazienti recalcitranti ed ostinatamente affezionati alle proprie pessime abitudini…
“Mio padre sì che dovrebbe smettere di fumare, ma non ne vuole sapere. Deve già fare un’altra angioplastica.” Ecco, come volevasi dimostrare: talis pater….Dario continua ad aggiornarmi sulle patologie cardiovascolari di famiglia fra una forchettata e l’altra di pizzoccheri. Me lo ricordo, il padre di Dario. Un tipo distintissimo, con gli stessi occhi scuri e i riccetti del figlio, ma bianchi.
Quando ha fatto la prima angioplastica coronarica, era ricoverato su uno dei miei letti.
Dario, superansioso, me l’aveva affidato con mille raccomandazioni ed io avevo pregato mentalmente che andasse tutto bene: i parenti dei medici, di solito, sono colpiti dalla vendetta trasversale di malattie complicate o inguaribili.
Il papà di Dario se l’era cavata con una temporanea minisfiga: nessuna complicazione vascolare, ma solo una ritenzione urinaria acuta che mi aveva costretto a cateterizzarlo con qualche imbarazzo. Chissà perché, per la proprietà transitiva, mi sembrava di infierire in una fantasia sado-maso sui genitali esterni di Dario il bello…Mentre cerco di reprimere i miei pensieri licenziosi annegandoli in un lago di formaggio fuso, ci raggiunge, impetuosa e visibilmente furiosa, Elena, la fidanzata in carica di Dario. E’ un chirurgo estetico, ed è fisicamente perfetta, in onore alla sua specializzazione. Caratterialmente, invece, ha qualche pecca; io non ci trascorrerei insieme neppure mezzora, ma si sa che i maschi non badano a queste cose. Comunque Dario le ha fatto l’affronto di scendere in mensa senza chiamarla, a quanto pare, ed Elena è incazzata come una iena. Con lui e con me, rea di consumare la pausa mensa col suo bello. Mi ricordo improvvisamente di avere un’urgenza che mi attende in reparto, e mi defilo elegantemente, lasciando i due fidanzati a lanciarsi contumelie e molliche di pane.
La guardia è turbolenta. Il cicalino pigola incessantemente da quando è iniziato il turno, e io trotto affannata da un reparto all’altro. Un po’ di scale su e giù non possono che giovare alla mia linea, mi dico in un fallimentare tentativo di autoconsolazione: so già che lo stress mi indurrà a consumare una gratificante porzione di torta con la panna, annullando il modico effetto della ginnastica aerobica cui mi sta obbligando la corvée lavorativa.
Quando alle tre sto per adagiarmi –stremata - sulla branda dello studio per trovare un po’ di riposo, squilla il telefono. E’il PS. “Dottoressa, c’è un infarto da mandare in Unità Coronarica. Può venire a refertare l’ECG e a controllare la terapia?”
“ Perché non chiama il cardiologo di turno? Sono sfin…” Controllo il tabellone dei medici di guardia. E’ Dario. “ Chiami il Dott. Colussi”, abbaio sgarbata nella cornetta.
“Non posso” fa l’ignoto infermiere di pronto soccorso.
“ Come non può?”
“ E’ il Dott. Colussi, l’infarto da inviare in UCC”
“Cosa?”
“ Il Dott. Colussi è il paziente. Venga, che non sta messo tanto bene”
Volo giù dalle scale a quattro gradini alla volta. Sulla porta del PS c’è Elena, il bel viso contratto da una maschera d’ansia. “Ah, meno male che ci sei tu”. Incredibile, la mia presenza le procura sollievo.
“Che è successo?”
“ E’ una testa dura, lo sai” scuote il capo. “ Non si faceva convincere neppure a fare l’ECG. Sto bene, adesso passa, diceva. Sai, gli ho telefonato a mezzanotte per dargli la buonanotte e fargli gli auguri di buona guardia, è un nostro rito. L’ho sentito strano e gli ho chiesto cosa aveva, e lui parlava di indigestione. Per fortuna mi è suonato un campanello d’allarme e sono passata a trovarlo. Era tutto sudato e freddo, un infarto da manuale. E ‘sto pirla non voleva nemmeno fare il prelievo per gli enzimi, adesso mi faccio un plasil e mi passa, diceva. Guarda che schifo di tracciato.” Elena mi passa l’ECG del suo cardiologo. Ha ragione lei: fa schifo.
Entro da Dario e gli sorrido. “ Sembri un paziente vero” gli dico : ha tutti gli elettrodi attaccati al torace, la flebo che va e la faccia pallida da malato.
Lui tenta di rispondere col suo sorriso da Clooney de noantri. “Domani smetto di fumare, lo giuro.”
Sulla spiaggia incedeva tutti i giorni, in un defilé autopromozionale, una coppia di ragazzi: uno alto e atletico, l’altro piccolo e grasso.
Io e Sandra, sdraiate vicine in contemplazione del mare e dei passanti, eravamo le naturali destinatarie della loro quotidiana esibizione.
Dopo due o tre passaggi sulla battigia, i due ci si avvicinarono e attaccarono bottone.
Erano due amici - del resto la loro palese diversità non ci aveva fatto sospettare alcuna relazione di parentela- e venivano da uno sconosciuto paesino toscano in provincia di Lucca.
La loro origine proletaria (uno faceva l’idraulico, l’altro l’elettricista) venne subito tradita dalle mani callose e da una crassa ignoranza, emersa ai primi convenevoli e appena ingentilita dall’accento toscano che coloriva la loro parlata.
Il ragazzo alto, tuttavia, era- anche da vicino- talmente bello da farmi sorvolare intimamente su qualunque deficit intellettuale o d’altra natura potesse eventualmente disvelare.
Si chiamava Sauro, e apparve presto chiaro che era deliziosamente impulsivo e totalmente privo di freni inibitori: ciò valse ad accrescere il suo fascino selvatico e a procurargli il soprannome di Cavallo Pazzo, familiarmente “Crazy”.
Dell’amico grassottello non ricordo già più il nome; io e Sandra decidemmo all’unisono di considerarlo una vera e propria palla al piede e di neutralizzarne prontamente approcci e avvicinamenti.
Era evidente che i due amici dovevano aver concordato una strategia spartitoria (“tu ti becchi la sorella giovane, io quella più grande”), ma per qualche ora non fu chiaro a chi di noi due fosse destinato l’insopportabile ciccione.
Dopo una fulminea e furtiva consultazione fra sorelle, appurato che Sandra era più intimorita che attratta dall’eccessiva esuberanza di Crazy, le manovre di corteggiamento dirottarono rapidamente me e Sauro a completare i preliminari sotto la nostra tenda, mentre Sandra seminava astutamente l’amico indesiderato adducendo impegni degni di una top manager in piena attività lavorativa.
Sotto la canadese Sauro si dimostrò all’altezza delle aspettative erotiche più ardite, facendomi raggiungere plurimi, ignorantissimi e rumorosissimi orgasmi. Dei quali ebbi in seguito a vergognarmi profondamente, quando Sandra, ripreso possesso del posto in tenda dopo l’infuocata sex session, mi informò che le mie intemperanze sonore avevano trafitto le esili virtuali pareti della canadese, turbando le orecchie dei campeggiatori vicini e degli occasionali passanti…
Lo stralcio estivo e vacanziero vintage è una reazione inconsulta al freddo maligno milanese di questi giorni.
Il contrasto - di colori, movenze, corporatura- è così stridente da farti chiedere se sono davvero una coppia. Il fatto che camminino uno accanto all’altra sulla passatoia di legno fra gli ombrelloni, spingendo a turno un passeggino con un bambino biondo, pare un misero indizio di vita in comune.
Lei sembra una madonna di Rubens, con carni bianche e abbondanti, cosce e seno opulenti, d’altri tempi.
Lui è magro ed esile, scuro di pelle e di sguardi. I muscoli guizzanti denunciano un’abitudine al lavoro fisico che sembra mancare alla compagna. Ha mani nodose ed eloquio rapido. Gesticola in modo comicamente enfatico, sottolineando coi gesti concitati un probabile dissidio con la paciosa consorte (che siano sposati l’ho dedotto dai cerchietti d’oro agli anulari che rilucono al sole e dall’apparente ineluttabilità di quel loro camminare appaiati fino all’ombrellone ).
Lei ha un curioso ed antiquato costume premaman, guarnito da una specie di sipario ornato di vezzosi volant in corrispondenza dell’ombelico. Si adagia sulla sdraio incurante delle rimostranze coniugali, solleva la tendina di stoffa come una ribaltina, per esporre impudicamente il pancione lattiginoso al sole. Si accarezza il ventre con aria sognante, increspando le labbra in un broncio inaspettatamente sensuale. Lui adagia un asciugamano e il putto biondo al centro esatto dell’ombra, poi si allontana come uno che non vorrebbe mai più tornare, a passi rancorosi e definitivi.
Non me ne importa nulla. Incazzati, strepita pure. Fatti divorare dalle tue nevrosi. Vuoi andare in barca ? Vuoi andare a fare l’immersione ? Vacci! Vuoi andare affanculo? Vacci! Io ho forza e noncuranza raddoppiate, e non posso che rallegrarmene. Prima la tua indifferenza per me e Michelino mi offendeva , lasciava graffi sanguinanti sulla pelle.
Dici che vuoi riprenderti i tuoi spazi di libertà. Sono io la tua prigione? Lo è tuo figlio?
Dov’era la tua dignità e la tua indipendenza, quando mi hai corteggiato per mero interesse?
Ero la figlia del capo, e ti sei infilato in me non appena hai intravisto la possibilità di introdurti in ambienti a te estranei. Sono stata la tua Green Card per l’America. Michelino il tuo visto sul passaporto. Mio padre non te lo voleva rilasciare, ma io t’amavo, e ti ho voluto sposare contro ogni logica.
Dopo, è stato subito chiaro che non ci volevi. Hai smesso di guardarmi come un uomo guarda una donna. E ho cominciato a vedermi anch’io coi tuoi occhi privi di desiderio e d’affetto. Ma avevo Michelino, e mi bastava. Avevo imparato a farmelo bastare. Io nutrivo lui, e lui nutriva me, col suo prezioso bisogno. Il mio corpo si era trasformato per lui. Il mio seno, un tempo adolescenziale e scarno- una seconda scarsa- aveva assunto proporzioni giunoniche. Mi piaceva guardare il bimbo succhiare con forza dai capezzoli trascurati dal desiderio coniugale. Ne provavo un piacere intimo e sensuale, di cui avvertivo vagamente il significato sostitutivo, ma senza alcun senso di colpa.
Un giorno di fine settembre, mentre allattavo, sono stata sorpresa durante quel rito consolatorio. La porta di casa era rimasta socchiusa, per dare il sollievo di una provvidenziale corrente d’aria a una giornata afosa. Il postino ha scostato la porta senza bussare, per consegnarmi una raccomandata. Me lo sono trovato davanti all’improvviso, come ipnotizzato, lo sguardo fisso sulle mie mammelle turgide offerte alla voracità di Michelino. Senza una parola si è avvicinato, si è messo in ginocchio , e ha preso a succhiarmi il capezzolo libero, mentre mio figlio continuava la poppata sull’altro lato. Osservavo stupefatta le due teste accostate, i due bambini. Poi il bambino grande, sempre in silenzio, ha iniziato ad accarezzarmi, con estenuante lentezza, con un movimento circolare e concentrico, dal seno al grembo, seguendone i profili arrotondati, fino a digradare con estrema naturalezza sotto l’inguine. Michelino, stanco per la lunga poppata, si era addormentato emettendo un piccolo gorgoglio di soddisfazione. L’uomo lo ha deposto con delicatezza nella culla vicino alla mia poltrona, poi ha continuato a succhiarmi avido in mezzo alle cosce. Mi sentivo, offerta a quel desiderio senza fine, dolce e morbida come una caramella mou.
L’ho lasciato entrare dentro di me, grata perché aveva voluto farlo e ancor più perché non mi aveva chiesto il permesso.
Sono sicura che questo nuovo arrotondamento del mio ventre è frutto di quel languore settembrino meritato come un’inaspettata carezza. Quella carezza che tu, mio marito, mi neghi da oltre un anno. Ma che vuoi che m’importi? E’ l’amore la mia vendetta….
Lui – brizzolato, denti e punta delle dita ingialliti dalla nicotina - ha un’età indefinibile : le rughe direbbero sessanta, lo sguardo vivace quarantacinque. Le accarezza un braccio senza sosta e le sussurra parole all’orecchio. Sembra affettuoso e pressante.
Lei avrà vent’anni di meno, ma le manca la morbidezza compromissoria dell’età matura. Ha lineamenti e modi spigolosi. I capelli biondi sono raccolti in una coda di cavallo alta sulla nuca. Sorseggia il suo aperitivo alla frutta e guarda il mare. Lui non sembra far parte del suo panorama.
D’improvviso, lui infrange la barriera dello spazio fra i loro corpi e dell’apparente alterigia di lei: accosta le labbra alle sue, e per un lungo istante la testa grigia si sovrappone alla testa bionda.
Lei non ha modificato di un millimetro la posizione del corpo; non mi accorgo dalle sue braccia e dal suo busto rigido se sta rispondendo a quel bacio. Nell’avviarmi al bancone del bar per il mio quotidiano caffè, mi si offre la strana coppia in visione frontale.
L’immobilità della donna, estesa dal viso alle gambe, è impressionante. Non ho mai visto nessuno baciare in un modo più indifferente. Un’attrice di film porno ci avrebbe messo più passione.
Mi sa che sei frigida, ragazza mia . Ecco perché sei qui da sola. Sennò non si spiega. Bella, sei bella. Fisicamente, non hai proprio niente che non va. Mi piacciono soprattutto le tue gambe. Chilometriche e affusolate. Che cosa cazzo stai guardando? Dai, smollati. Sì, bevi il tuo aperitivo. Lo so che lo volevi analcolico, ma ad un mio cenno il cameriere compiacente ha trasformato il succo di frutta in un Bellini. Cosa sei venuta a fare in un posto come questo, se non volevi rimorchiare? Io Tarzan, tu Jane. C’è anche il mare, dai. E il tramonto rosa arancio. Lo sfondo romantico necessario a mascherare una voglia nuda e cruda di sesso…
Non so perché lo sto lasciando fare. Forse perché è scontato che sia così. O sono troppo pigra per rigirare la scena al secondo ciack. Il bacio era previsto dal copione, come l’offerta dell’aperitivo e la chiacchierata inconsistente in riva al mare.Non so nemmeno se lui mi piace o no. In fondo non ha alcuna importanza, per me. Basta una pelle qualunque, per scacciare l’odore di un’altra pelle. La vacanza, finora, mi ha regalato un po’ di benessere fisico, ma non mi è servita a guarire le ferite dell’anima.Il sole mi ha dipinto questo colore dorato sul corpo, il mare mi ha accarezzato con le sue onde fresche. Ma negli occhi c’è ancora lui, che mi dice “Ti lascio, non ti amo più.” Domani saranno finite queste vacanze, in cui ho sperato di assentarmi da me stessa e dalla mia nostalgia.E tu baciami, fammi scordare di lui. Domani partiremo , torneremo alle nostre case e ai nostri dolori. E anche tu ti dimenticherai della tua facile ed inutile conquista.
Maledettobenedetto metrò. Lo prendo sempre, per andare al lavoro che- tanto per gradire- si trova dalla parte opposta della città, rispetto a casa mia. Da un capo all’altro della linea gialla nello splendore dei suoi trenta-quarantacinque minuti di percorrenza- deragliamenti, suicidi (ma perché si ammazzano sempre nell’ora di punta?) e guasti permettendo. Una via crucis sui binari fatta di afrori extracomunitari (a Maciachini sale un melting pot arabo-ucraino-cinese che si diluisce via via che il treno si approssima alle fermate del centro), valigie scaraventate sui piedi (Centrale, fermata Centrale), affollamento da shopping (a Montenapo modelle alte e stronze, con nasi e tacchi a punta, a Duomo parapiglia più nazionalpopolare ed eterogeneo), pigiapigia universitario e dolente (a Missori l’afflusso degli studenti della Statale e dei visitatori del Policlinico) e poi,via via, nuovi spintonamenti e resse di periferia, fino a San Donato.
Tutti i santi giorni la stessa solfa. Io salgo e scendo ai capolinea e riesco ad acquattarmi sul sedile di fianco alle porte scorrevoli, un libro in mano che mangio a bocconi e sussulti, fra una frenata e l’altra. Ma spesso mi godo quei trenta-quarantacinque minuti di umanità calda, frenetica o assonnata osservando di sottecchi i pendolari del gran Milan e appioppando a ciascuno di loro variegate vite immaginarie.
A lei, per esempio, avevo attribuito vicissitudini sentimentali turbolente e complicate (lo sguardo languidamente masochista me la faceva immaginare ingabbiata in qualche triangolo amoroso di difficile soluzione), un’attività lavorativa di scarsa soddisfazione (l’indizio era una cartella portadocumenti di aspetto dozzinale e un abbigliamento poco appariscente di anonima fattura, da dipendente pubblico), genitori anziani e malati (era salita a Missori con un’aria preoccupata e aveva occhiaie nere di stanchezza e unghie rosicchiate all’osso). Però era bella, di un’avvenenza esaltata dal pudore e dalla tristezza che tutto il suo corpo (occhi chiari e innocenti, sorriso mite e culo piccolo e sodo ) emanava. E, a causa della ressa da ora di punta, quel suo culo – piccolo, sodo e triste- stava, giustappunto, a un centimetro dal mio naso: lei era aggrappata al sostegno davanti alle porte ed io non potevo fare a meno di notarla.
Di fatto fra me e lei si era stabilito un contatto intimo, che derivava, più che dalla forzata contiguità fisica, da un’istintiva e incontrollabile simpatia e da una indiscutibile e predestinata affinità denunciata dallo stesso libro ch’io stringevo fra le mani e che faceva capolino dalla sua borsa, una raccolta di racconti di Alice Munro.
Mentre meditavo come cogliere quel segnale inequivocabile del Destino senza apparire troppo mellifluo e pappagallesco, il Fato si palesò ancora una volta con un provvidenziale calo di tensione, che fece morire la corsa del treno giusto a metà strada fra Romana e Lodi. Dopo un sobbalzo, il buio, e il treno si fermò nelle viscere oscure della terra. Sentii culosodo fremere d’ansia e catapultarsi con insospettabile energia fuori dal treno. In un battibaleno si era proiettata fuori dal vagone per correre nel buio della galleria. L’agguantai al volo con una prontezza di riflessi esasperata dall’apprensione- quel libro era bastato a farmi invaghire in pochi attimi.
“Che fai ? Sei matta? Se arriva un treno dalla direzione opposta ti travolge! Torna dentro!” le sibilai all’orecchio, arrogandomi una confidenza legittimata solo dalla sua evidente paura.
Più che paura, era vero e proprio terrore, lei confermò, con voce fioca e singhiozzante : “Soffro di attacchi di panico. Non prendo mai il metrò. Mai. Solo che stamattina ero già in ritardo e allora…”
“Sta’ tranquilla” la rassicurai: l’odiosa abitudine al mezzo pubblico mi veniva per la prima volta in soccorso, facendomi ostentare una calma olimpica che sono ben lungi dal provare in altre occasioni della mia vita. “Non ti preoccupare. Io prendo spesso il metrò e mi è già successo. Dobbiamo solo aspettare che mandino una motrice a trascinarci fuori di qui. E’ solo questione di tempo e di pazienza.” Lei non era convinta. La sentivo tremare sotto il mio braccio che le aveva timidamente cinto la vita a trattenerla da altre improvvide ad avventate fughe. Mi frenai a stento dall’aumentare la mia stretta. Ero già innamorato a morte.
“Parlami parlami parlami” esalò, in una litania ossessiva. Cercava rassicurazione, poveretta.
“Così ti piace
“Oh sì” ammise, sollevata dal mio tono confidenziale. “Ha questa facoltà speciale di risolvere vicende complicate in modo semplice. E poi c’è sempre un caso maligno in agguato, nei suoi racconti. Una fatalità fortuita che mette a nudo segreti insospettabili.”
“Un po’ come questa sosta imprevista e terribile” soggiunse, ridacchiando nervosamente.
“Cosa darei per conoscere i tuoi insospettabili segreti!” Lo dissi con tono di celia, ma ero molto più sincero di quanto il mio fare scanzonato lasciasse supporre.
“Oh, ma io non ho segreti. Sono sincera e banale” protestò lei, con veemenza.
“Ognuno custodisce segreti , e non ti credo affatto banale” protestai di rimando.
“Continua a parlare, non fermarti.” L’ansia riprese a farle tremare la voce.
E allora parlai, senza sosta. Parlai nel buio per mezzora filata – tanto ci volle perché una motrice ci trascinasse alfine fuori da quell’incaglio sui binari e perché la luce tornasse a illuminare il suo volto spaurito e contratto (l’angoscia la rendeva perfino brutta, eppure prima della fermata era stupenda, ne ero certo). In quella mezzora le raccontai di me, della mia vita consumata in attese inutili e senza desiderio, della mia solitudine e delle mie frustrazioni. Lei mi disse di sé, e scoprii che ci avevo azzeccato su molte cose: aveva un amore infelice , lavorava in Comune (impiegata archivista) e i genitori non erano anziani ma già defunti (al Policlinico era passata a trovare uno zio). Mi disse “Vorrei tanto avere un figlio”, come se fosse l’ultima sigaretta del condannato a morte. Io le confessai, di rimando, che mi sarebbe tanto piaciuto farmi una famiglia mia (a trent’anni vivo ancora a casa coi miei, per cronica carenza di soldi e d’entusiasmo).
Quando tornò la corrente, fu come trovarsi nudi in mezzo alla strada. “Scusami, scusami tanto” sussurrò lei, e la sua voce era piena di vergogna.
A Corvetto scese senza salutare e senza voltarsi indietro.
Questo racconto è frutto di appropriazione indebita. Giusto precisare, nel caso fosse un capolavoro, che la storia me l'ha raccontata Paolo. Se invece si trattasse di ciofeca, è sacrosanto chiarire che l'ho scritto interamente io.
Incede sul bagnasciuga con andatura altera. E’ una camminata che trasuda presunzione ad ogni passo. La visione posteriore è pubblicità ingannevole: lunghe gambe abbronzate, culo sodo ed alto sormontato da tatuaggio maori.
Ma la passeggiata di ritorno disillude lo sguardo. Sul corpo (man)tenuto con tanta cura – in visione anteriore piercing discreto che illumina l’ombelico, tette tonde ed antigravitarie, sfacciatamente rifatte- è innestata, come un corpo estraneo, una testa dalla faccia appuntita e rugosa, che urla la sua vecchiaia e i suoi dolori scolpiti nella ragnatela di solchi sulla pelle.
Non mi è rimasta che la faccia. Solo quella, a ricordarmi chi sono, come il ritratto di Dorian Gray.
La mia faccia non mente. La mia faccia è la mia memoria. E’ per questo che non mi guardo più allo specchio. Tutto il resto è ormai automatico: mangiare (poco), camminare (eretta, come se nulla fosse accaduto), respirare…vivere. Che non si muore per amore è una gran bella verità, dice la canzone. Infatti io morirò per non amore. L’aria salata mi corroderà la pelle e l’inedia si mangerà i muscoli e il cuore.
Lui mi morse le labbra fin dalla prima volta, con la voracità della giovinezza.Mi assaggiava e mi consumava, più che baciarmi. Io lo lasciavo fare, incredula . Era proprio me che desiderava in modo tanto pressante? Era stato il buio ad ingannarlo? Come aveva fatto a non notare la mancanza di attesa nel mio sguardo? Forse un lampo di desiderio mi era sfuggito dalle ciglia, a mia insaputa.
Forse aveva visto solo la mia vita sottile, da ragazza: l’unico vantaggio della mia esistenza negata alla morbidezza della maternità. Ho 48 anni, e nessun miracolo dell’arte medica potrà gonfiarmi più il ventre, ormai. Ho deciso di rinunciare agli artifici. Volevo amore, ma l’ho cercato con l’inganno, e sono stata ripagata di ugual moneta. Lui non mi amava, e non mi ha mai amato.
L’ho rincorso con ogni mezzo a mia disposizione. Ho tentato di soggiogarlo con la mia esperienza e con il mio potere. Oh, lo so: mi sono resa ridicola: la manager rampante che perde la sua proverbiale spietatezza di fronte al prestante neoassunto. Gli ho fatto pure ottenere una promozione, ma se la meritava, lo giuro. Ma ho visto le risatine maliziose che precedevano le nostre apparizioni in ufficio. Mi pareva di sentirli, malignare alle mie spalle. Uno l’ho proprio colto sul fatto, davanti al distributore automatico del caffè. “ La dottoressa Cervi sta facendo fare a Valeri un master in ornitologia applicata.” Me ne fregavo. Che parlassero pure. Erano invidiosi. Ma volevo essere all’altezza, come sempre. Non volevo che il mio ragazzo avesse accanto una donna che lo faceva sfigurare. Ho cominciato col tatuaggio sulla schiena. In fondo ho assecondato solo un mio vecchio desiderio mai appagato. La volontà di piacergli mi ha dato il coraggio di piacermi.
Poi c’è stato il piercing all’ombelico: un ornamento discreto, ma giovanile. Lui ha mostrato di apprezzarlo molto: ci giocava sempre, quando ci spogliavamo e facevamo l’amore. Pardon, scopavamo. IO facevo l’amore.
L’atto finale è stato il silicone al posto delle mie tette inesistenti. Lui sfiorava appena, con le labbra, il mio torace avaro, per affondare direttamente fra le mie cosce. Mi faceva sentire tutta lì, concentrata sotto l’inguine. Le tette me le sono rifatte per costringerlo a risalire verso la parte superiore di me, la migliore. Ma è stato inutile. E’ sparito proprio due giorni dopo che sono rientrata a casa dopo la mastoplastica. Non li ha nemmeno visti, questi ridicoli airbag che sporgono innaturalmente sul mio corpo asciutto e che ora sono solo i segni perennemente visibili della mia stupidità.
La faccia me la tengo così: mi appartiene e dice la verità.
Non era stato il loro primo litigio. Stavolta, però, il disaccordo era esploso con violenza : non c’era più, a trattenerli, il pudore della scarsa intimità. Le parole erano franate fra loro, separandoli.
Vi era stato un passaggio repentino dal gioco allo scherno, poi le scintille dell’orgoglio di entrambi avevano fatto divampare un incendio.
Anna corse dietro all’impeto della propria rabbia, e raggiunse il pianerottolo, pronta a sbattere la porta dietro di sé, per non aprirla mai più.
Frenò la corsa prima di ripartire verso un futuro senza di lui. Abbassò gli occhi e guardò lo zerbino. Li rialzò e incontrò quelli lucidi e assenti di Andrea. La fissava senza vederla, dalla soglia.
Un istante dopo, Anna seppe cos’era: déjà vu.
Rivide una scena simile, un addio sullo zerbino e lacrime trattenute, e seppe con lancinante certezza che anche lui stava guardando lo stesso film.
La prima moglie: alta, giovane di speranza e fiducia intatte, si stagliava fra loro, proiettando l’ombra lunga del fallimento.
Di Rebecca conosceva la bellezza inimitabile del confronto impossibile. Era mito, perché era stata la prima scelta, quella che non chiede mediazioni con la realtà, il cambiamento o i ricordi.
Anna era arrivata due anni e un divorzio dopo, sulle tracce di orme che Andrea non voleva più calpestare.
Sul comodino li aveva visti, incorniciati nell’eterna perfezione di un’istantanea che li ritraeva in un innaturale biancore: lei vestita da sposa virginale, lui con un sorriso candido e incorrotto, senza tartaro o delusioni fra i denti.
Quel giorno avevano sfogliato insieme album di vecchie fotografie: Anna , contemplando lo sconosciuto ragazzo che sorrideva alla sconosciuta ragazza aveva pensato, non rassegnata “Non mi guarderà mai così”.
Poi lo aveva preso per mano e lo aveva costretto a ballare, assordando il silenzio del passato con un Bregovic estratto dallo stereo ad alto volume.
“Non so ballare, smettila” disse lui. Ma rideva. E anche quello era un déjà vu.