Il contrasto - di colori, movenze, corporatura- è così stridente da farti chiedere se sono davvero una coppia. Il fatto che camminino uno accanto all’altra sulla passatoia di legno fra gli ombrelloni, spingendo a turno un passeggino con un bambino biondo, pare un misero indizio di vita in comune.
Lei sembra una madonna di Rubens, con carni bianche e abbondanti, cosce e seno opulenti, d’altri tempi.
Lui è magro ed esile, scuro di pelle e di sguardi. I muscoli guizzanti denunciano un’abitudine al lavoro fisico che sembra mancare alla compagna. Ha mani nodose ed eloquio rapido. Gesticola in modo comicamente enfatico, sottolineando coi gesti concitati un probabile dissidio con la paciosa consorte (che siano sposati l’ho dedotto dai cerchietti d’oro agli anulari che rilucono al sole e dall’apparente ineluttabilità di quel loro camminare appaiati fino all’ombrellone ).
Lei ha un curioso ed antiquato costume premaman, guarnito da una specie di sipario ornato di vezzosi volant in corrispondenza dell’ombelico. Si adagia sulla sdraio incurante delle rimostranze coniugali, solleva la tendina di stoffa come una ribaltina, per esporre impudicamente il pancione lattiginoso al sole. Si accarezza il ventre con aria sognante, increspando le labbra in un broncio inaspettatamente sensuale. Lui adagia un asciugamano e il putto biondo al centro esatto dell’ombra, poi si allontana come uno che non vorrebbe mai più tornare, a passi rancorosi e definitivi.
Non me ne importa nulla. Incazzati, strepita pure. Fatti divorare dalle tue nevrosi. Vuoi andare in barca ? Vuoi andare a fare l’immersione ? Vacci! Vuoi andare affanculo? Vacci! Io ho forza e noncuranza raddoppiate, e non posso che rallegrarmene. Prima la tua indifferenza per me e Michelino mi offendeva , lasciava graffi sanguinanti sulla pelle.
Dici che vuoi riprenderti i tuoi spazi di libertà. Sono io la tua prigione? Lo è tuo figlio?
Dov’era la tua dignità e la tua indipendenza, quando mi hai corteggiato per mero interesse?
Ero la figlia del capo, e ti sei infilato in me non appena hai intravisto la possibilità di introdurti in ambienti a te estranei. Sono stata la tua Green Card per l’America. Michelino il tuo visto sul passaporto. Mio padre non te lo voleva rilasciare, ma io t’amavo, e ti ho voluto sposare contro ogni logica.
Dopo, è stato subito chiaro che non ci volevi. Hai smesso di guardarmi come un uomo guarda una donna. E ho cominciato a vedermi anch’io coi tuoi occhi privi di desiderio e d’affetto. Ma avevo Michelino, e mi bastava. Avevo imparato a farmelo bastare. Io nutrivo lui, e lui nutriva me, col suo prezioso bisogno. Il mio corpo si era trasformato per lui. Il mio seno, un tempo adolescenziale e scarno- una seconda scarsa- aveva assunto proporzioni giunoniche. Mi piaceva guardare il bimbo succhiare con forza dai capezzoli trascurati dal desiderio coniugale. Ne provavo un piacere intimo e sensuale, di cui avvertivo vagamente il significato sostitutivo, ma senza alcun senso di colpa.
Un giorno di fine settembre, mentre allattavo, sono stata sorpresa durante quel rito consolatorio. La porta di casa era rimasta socchiusa, per dare il sollievo di una provvidenziale corrente d’aria a una giornata afosa. Il postino ha scostato la porta senza bussare, per consegnarmi una raccomandata. Me lo sono trovato davanti all’improvviso, come ipnotizzato, lo sguardo fisso sulle mie mammelle turgide offerte alla voracità di Michelino. Senza una parola si è avvicinato, si è messo in ginocchio , e ha preso a succhiarmi il capezzolo libero, mentre mio figlio continuava la poppata sull’altro lato. Osservavo stupefatta le due teste accostate, i due bambini. Poi il bambino grande, sempre in silenzio, ha iniziato ad accarezzarmi, con estenuante lentezza, con un movimento circolare e concentrico, dal seno al grembo, seguendone i profili arrotondati, fino a digradare con estrema naturalezza sotto l’inguine. Michelino, stanco per la lunga poppata, si era addormentato emettendo un piccolo gorgoglio di soddisfazione. L’uomo lo ha deposto con delicatezza nella culla vicino alla mia poltrona, poi ha continuato a succhiarmi avido in mezzo alle cosce. Mi sentivo, offerta a quel desiderio senza fine, dolce e morbida come una caramella mou.
L’ho lasciato entrare dentro di me, grata perché aveva voluto farlo e ancor più perché non mi aveva chiesto il permesso.
Sono sicura che questo nuovo arrotondamento del mio ventre è frutto di quel languore settembrino meritato come un’inaspettata carezza. Quella carezza che tu, mio marito, mi neghi da oltre un anno. Ma che vuoi che m’importi? E’ l’amore la mia vendetta….
Lui – brizzolato, denti e punta delle dita ingialliti dalla nicotina - ha un’età indefinibile : le rughe direbbero sessanta, lo sguardo vivace quarantacinque. Le accarezza un braccio senza sosta e le sussurra parole all’orecchio. Sembra affettuoso e pressante.
Lei avrà vent’anni di meno, ma le manca la morbidezza compromissoria dell’età matura. Ha lineamenti e modi spigolosi. I capelli biondi sono raccolti in una coda di cavallo alta sulla nuca. Sorseggia il suo aperitivo alla frutta e guarda il mare. Lui non sembra far parte del suo panorama.
D’improvviso, lui infrange la barriera dello spazio fra i loro corpi e dell’apparente alterigia di lei: accosta le labbra alle sue, e per un lungo istante la testa grigia si sovrappone alla testa bionda.
Lei non ha modificato di un millimetro la posizione del corpo; non mi accorgo dalle sue braccia e dal suo busto rigido se sta rispondendo a quel bacio. Nell’avviarmi al bancone del bar per il mio quotidiano caffè, mi si offre la strana coppia in visione frontale.
L’immobilità della donna, estesa dal viso alle gambe, è impressionante. Non ho mai visto nessuno baciare in un modo più indifferente. Un’attrice di film porno ci avrebbe messo più passione.
Mi sa che sei frigida, ragazza mia . Ecco perché sei qui da sola. Sennò non si spiega. Bella, sei bella. Fisicamente, non hai proprio niente che non va. Mi piacciono soprattutto le tue gambe. Chilometriche e affusolate. Che cosa cazzo stai guardando? Dai, smollati. Sì, bevi il tuo aperitivo. Lo so che lo volevi analcolico, ma ad un mio cenno il cameriere compiacente ha trasformato il succo di frutta in un Bellini. Cosa sei venuta a fare in un posto come questo, se non volevi rimorchiare? Io Tarzan, tu Jane. C’è anche il mare, dai. E il tramonto rosa arancio. Lo sfondo romantico necessario a mascherare una voglia nuda e cruda di sesso…
Non so perché lo sto lasciando fare. Forse perché è scontato che sia così. O sono troppo pigra per rigirare la scena al secondo ciack. Il bacio era previsto dal copione, come l’offerta dell’aperitivo e la chiacchierata inconsistente in riva al mare.Non so nemmeno se lui mi piace o no. In fondo non ha alcuna importanza, per me. Basta una pelle qualunque, per scacciare l’odore di un’altra pelle. La vacanza, finora, mi ha regalato un po’ di benessere fisico, ma non mi è servita a guarire le ferite dell’anima.Il sole mi ha dipinto questo colore dorato sul corpo, il mare mi ha accarezzato con le sue onde fresche. Ma negli occhi c’è ancora lui, che mi dice “Ti lascio, non ti amo più.” Domani saranno finite queste vacanze, in cui ho sperato di assentarmi da me stessa e dalla mia nostalgia.E tu baciami, fammi scordare di lui. Domani partiremo , torneremo alle nostre case e ai nostri dolori. E anche tu ti dimenticherai della tua facile ed inutile conquista.
Incede sul bagnasciuga con andatura altera. E’ una camminata che trasuda presunzione ad ogni passo. La visione posteriore è pubblicità ingannevole: lunghe gambe abbronzate, culo sodo ed alto sormontato da tatuaggio maori.
Ma la passeggiata di ritorno disillude lo sguardo. Sul corpo (man)tenuto con tanta cura – in visione anteriore piercing discreto che illumina l’ombelico, tette tonde ed antigravitarie, sfacciatamente rifatte- è innestata, come un corpo estraneo, una testa dalla faccia appuntita e rugosa, che urla la sua vecchiaia e i suoi dolori scolpiti nella ragnatela di solchi sulla pelle.
Non mi è rimasta che la faccia. Solo quella, a ricordarmi chi sono, come il ritratto di Dorian Gray.
La mia faccia non mente. La mia faccia è la mia memoria. E’ per questo che non mi guardo più allo specchio. Tutto il resto è ormai automatico: mangiare (poco), camminare (eretta, come se nulla fosse accaduto), respirare…vivere. Che non si muore per amore è una gran bella verità, dice la canzone. Infatti io morirò per non amore. L’aria salata mi corroderà la pelle e l’inedia si mangerà i muscoli e il cuore.
Lui mi morse le labbra fin dalla prima volta, con la voracità della giovinezza.Mi assaggiava e mi consumava, più che baciarmi. Io lo lasciavo fare, incredula . Era proprio me che desiderava in modo tanto pressante? Era stato il buio ad ingannarlo? Come aveva fatto a non notare la mancanza di attesa nel mio sguardo? Forse un lampo di desiderio mi era sfuggito dalle ciglia, a mia insaputa.
Forse aveva visto solo la mia vita sottile, da ragazza: l’unico vantaggio della mia esistenza negata alla morbidezza della maternità. Ho 48 anni, e nessun miracolo dell’arte medica potrà gonfiarmi più il ventre, ormai. Ho deciso di rinunciare agli artifici. Volevo amore, ma l’ho cercato con l’inganno, e sono stata ripagata di ugual moneta. Lui non mi amava, e non mi ha mai amato.
L’ho rincorso con ogni mezzo a mia disposizione. Ho tentato di soggiogarlo con la mia esperienza e con il mio potere. Oh, lo so: mi sono resa ridicola: la manager rampante che perde la sua proverbiale spietatezza di fronte al prestante neoassunto. Gli ho fatto pure ottenere una promozione, ma se la meritava, lo giuro. Ma ho visto le risatine maliziose che precedevano le nostre apparizioni in ufficio. Mi pareva di sentirli, malignare alle mie spalle. Uno l’ho proprio colto sul fatto, davanti al distributore automatico del caffè. “ La dottoressa Cervi sta facendo fare a Valeri un master in ornitologia applicata.” Me ne fregavo. Che parlassero pure. Erano invidiosi. Ma volevo essere all’altezza, come sempre. Non volevo che il mio ragazzo avesse accanto una donna che lo faceva sfigurare. Ho cominciato col tatuaggio sulla schiena. In fondo ho assecondato solo un mio vecchio desiderio mai appagato. La volontà di piacergli mi ha dato il coraggio di piacermi.
Poi c’è stato il piercing all’ombelico: un ornamento discreto, ma giovanile. Lui ha mostrato di apprezzarlo molto: ci giocava sempre, quando ci spogliavamo e facevamo l’amore. Pardon, scopavamo. IO facevo l’amore.
L’atto finale è stato il silicone al posto delle mie tette inesistenti. Lui sfiorava appena, con le labbra, il mio torace avaro, per affondare direttamente fra le mie cosce. Mi faceva sentire tutta lì, concentrata sotto l’inguine. Le tette me le sono rifatte per costringerlo a risalire verso la parte superiore di me, la migliore. Ma è stato inutile. E’ sparito proprio due giorni dopo che sono rientrata a casa dopo la mastoplastica. Non li ha nemmeno visti, questi ridicoli airbag che sporgono innaturalmente sul mio corpo asciutto e che ora sono solo i segni perennemente visibili della mia stupidità.
La faccia me la tengo così: mi appartiene e dice la verità.